Il mio Godard, un film francese al 100%

La cifra stilisitica degli attuali film francesi è assolutamente unica ed inimitabile. Ed anche “Il mio Godard” di Michel Hazanavicius con Louis Garrel, Stacy Martin, Berenice Bejo, Micha LescotFrancia 2017 è un film tanto interessante e profondo quanto creativo e godibile. (Michel Hazanavicius è un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico francese)

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Il film narra di un periodo cruciale, di snodo artistico/esistenziale, della vita di Jean-Luc Godard. Ne esce fuori il gustoso ritratto di un uomo tormentato e allo stesso tempo lineare,  come solo l’aderire a certi alti e solidi valori può comportare.

Un uomo “diverso” e tanto intellettualmente onesto da dubitare di se stesso, di criticarsi, rinnegarsi come regista e come uomo per arrivare addirittura ad uccidersi: moralmente ( “ho ucciso Godard” quando finalmente decide chi vuole essere e cosa vuole artisticamente esprimere ) e fisicamente (un tentato suicido quando si rende conto di aver perso per strada la moglie Anne).

La vicenda creativa di Jean-Luc Godard – già acclamato e celebre regista della Nouvelle Vague, l’innovatore – si intreccia a quella umana, di un intellettuale quasi quarantenne sposato con convinzione e serietà ad una giovanissima ragazza, nemmeno ventenne, che si offre, limpida e fiduciosa, alla condivisione di una vita ancora tutta da capire accanto ad un uomo che sta ancora cercando se stesso.

E’ straordinaria la capacità di Michel Hazanavicius di rappresentare la vita del nostro protagonista/regista che scorre fra tormenti viscerali ed inevitabili situazioni comico/paradossali:  in effetti la vita non è mai o solo profonda e tormentata o solo leggera e piacevole.

In qualsiasi stato d’animo ci troviamo, attorno a noi accade anche il contrario.

A questo aggiungiamo molte trovate creative da un punto di vista della narrazione per immagini e la incontestabile bravura di tutti gli attori, ciascuno dei quali sembra avere esattamente il phisique du role per il personaggio che si trova ad interpretare.

In sintesi: una interessante e credibile parabola esistenziale di un uomo/artista, Jean-Luc Godard,  nel pieno della sua maturità.

Dafne Visconti

 

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The Greatest Showman, il film per tutti

 

A volte ci vuole, un film che sia uno svago sopratutto per la mente. Gli americani, quando vogliono, sono i primi in questo. La vita che scorre, si complica, ma che poi – rassicurandoci – ritorna a fluire verso un lieto fine. Noi europei – anche al cinema – spesso esprimiamo più tormento, contraddizioni e vissuti che raramente si risolvono in modo edificante.

The Greatest Showman ci trascina anche perchè è un musical imperioso che ci narra -incuriosendoci – la biografia di Barnum, l’inventore del Circo mettendoci a confronto con la moralità e l’immoralità del mondo dello spettacolo oltre che darci conto delle ambiguità e debolezze del protagonista. Ma alla fine, come dicevo, tutto torna.

Usciamo dal film indenni, senza retropensieri, sicuri di esserci svagati per un’ora e mezzo!

 

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“È la storia di P.T. Barnum, politico, uomo di spettacolo e imprenditore americano, famoso più che altro per il suo circo e per essere stato un grandissimo imbonitore e creatore di mitologie. Che poi è un bel modo per dire “falsità”. Non una gran fama ma di certo la sua impresa e il suo nome sono riusciti a diventare sinonimo di circo per decenni.”

Regia di Michael Gracey

Protagonista Hugh Jackman nel ruolo di Phineas Taylor Barnum,  affiancato da Michelle Williams, Zac Efron, Rebecca Ferguson e Zendaya.

Dafne

Crocevia di Mario Vargas Llosa

 

 

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CROCEVIA di Mario Vargas Llosa Einaudi Editore 2016 pag .239 Traduzione di Federica Niola

Non supera il fascino e l’esaltazione procurati dalla lettura – anni fa – de “Le avventure della ragazza cattiva”, in ogni caso l’ultima pubblicazione di Vargas Llosa “Crocevia” ha lo spessore che un grande autore come lui non può evitare di produrre.

Uno spessore ed un messaggio che si rivelano compiutamente nel finale facendoci capire e conoscere un certo momento storico del Perù.

La scioltezza della scrittura e la trama strana e accattivante trascinano la lettura, sebbene non si sia mai certi di dove l’autore voglia andare a parare, cosa ci voglia veramente raccontare.

Ma tant’è, è letteratura!

Ed alla fine il tutto si palesa fortemente e con soddisfazione di lettore.

 

Dafne

Matematica e Poesia

La Strategia dell’addio di Elena Mearini

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Una raccolta di poesie. Direi d’amore.

E’ diverso il leggere poetico quando fra le sue righe compaiono i sicuri e confinanti termini matematici.

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Come se quell’emozione che potrebbe galoppare fosse contenuta dalla razionalità del mondo matematico.

Un interessante punto di vista, poesie d’amore diverse dal solito

 

Strategia dell’addio di Elena Mearini

LiberAria Editore pag.158

 

Dafne

La Tenerezza di Gianni Amelio

Bello il film di Gianni Amelio. Autentico. Come la Napoli che si vede e intravede.

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Una storia vera, credibile, ben recitata dai nostri attori, finalmente maturi. Un messaggio difficile ma edificante. Una storia di vita e di difficoltà di viverla.

Renato Carpentieri, Elio Germano, Giovanna Mezzogiorno, Micaela Ramazzotti, Greta Scacchi. Possiamo fidarci di loro e del regista Gianni Amelio.

Una bella regia, belle immagini e bei dialoghi. Niente di pretenzioso. Un film onesto ed efficace.

Da non perdere.

Dafne Visconti

Fanny e Alexander, il sogno “vero” di Bergman

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Se dovessimo seguire una logica per raccontare e descrivere questo straordinario film di Ingmar Bergman, sarebbe la logica dei sogni.

E proprio come quando si sogna – che  ti accorgi di aver vissuto in una allucinazione solo quando il sogno è finito – allo stesso modo capisci che sei stato condotto in logiche e strade “altre” solo quando il film è finito, e le luci si riaccendono in sala destandoti.

Fanny e Alexander è più che  un film, ed è anche più che un sogno. Potrebbe trattarsi di un miracoloso intersecarsi di questi due tipi di non realtà: l’immaginazione ed il sogno. Bergman riesce a rappresentare e quindi svelare questo piano di intersezione – aggiungendo un livello di conoscenza – grazie alla sua potente maestria nell’utilizzare il linguaggio cinematografico. Perché di questo si tratta: di cinema.

Al di là dell’indubbia atmosfera onirica, Fanny ed Alexander – e qui sta il miracoloso – riesce a toccare corde vivide, vere, che richiamano in noi sicuri vissuti che, per quanto inconsci, non sono certo fittizzi o irreali. Trasportati dalla sapiente narrazione per immagini del regista, inconsapevoli spettatori, vediamo scorrere idee, pensieri, sensazioni già provate, stralci di vita nostra o altrui raccontati come solo una poesia può riuscire a raccontare, ovvero attraverso un che di illogico e una sintassi improria che – essa sola –  rivolta le nostre conoscenze e coscienze profonde per farle ri-affiorare alla nostra superficie conscia.

C’è della poesia in questo film e come una poesia regala suggestioni.

Lo sguardo narrativo è quello di un bambino che ancora non sa e non distingue, è aperto, vergine, privo di pregiudizio, ricco di fantasia e soprattutto di speranza. E’ straordinario poter cogliere questo sguardo, farlo proprio. Fanny e Alexander ci porta a provare un grande fascino per quella fase della  vita di tutti noi, tra la fine dell’infanzia e l’inizio dell’adolescenza, rapida e di possibile incanto. Il regista riesce a condurci lì, magistralmente e con grande facilità, facendoci avvertire il privilegio di esserne spettatori esterni.

Con Fanny e Alexander, come in sogno e come al teatro, sperimentiamo una forma di realtà non logica, a volte enfatizzata, che ci piace molto esperire, perchè è più che vivere. E’ superare le abituali categorie e fare ingresso in nuovi ambiti che scopriamo di avere già in noi, senza conoscerli.

Bergman è un eccezionale regista e Fanny ed Alexander un gran bel film, da vedere al cinema, con lo schermo gigante ed al buio. Un film è fatto di immagini e quelle che vediamo sono sempre immagini bellissime. La sicura bellezza delle immagini e la loro ricercatezza non possono stancare: le tre ore del film sono – oltre a tutto il resto – un vero e proprio appagamento estetico, di cui evidentemente il nostro “cervello” non smette di avere bisogno.

La bellezza delle immagini del film è reale. La narrazione è al limite di ciò che possiamo ritenere verosimile. Il risultato è un equilibrio che sa di magico e che porta a farci provare una perturbante sensazione di vertigine.

“Tutto può accadere, tutto è possibile e verosimile. Il tempo e lo spazio non esistono, l’immaginazione fila e tesse nuovi disegni”

Fanny e Alexander di Ingmar Bergman – 1982

Dafne Visconti

La Tela Violata – Arte

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La Tela Violata è la mostra corrente al Lu.C.C.A (Lucca Center of Contemporary Art).

Fontana, Castellani, Burri, Scheggi, Simeti, Amadio e l’indagine fisica della terza dimensione.

Una visita che espone la nostra mente all’astratto, allenandola alla terza dimensione e ad un immaginario non figurativo.

Alla fine dei conti un vero e proprio relax per i nostri occhi ed il nostro pensiero ormai sopraffatto da immagini su immagini del reale che ci circonda. Un vero ingresso altrove attraverso una modalità che, nel quotidiano, ci è inconsueto.

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Una palestra filosofica che ci mette a contatto con elementi del nostro pensiero poco utilizzati, ma una volta messi in azione ci rendono più flessibili. Una flessibilità che sviluppa ed acuisce lo spirito critico e di osservazione.

 

Tutto questo nella bellissima città di Lucca.

 

 La Tela Violata dal 19 marzo al 19 giugno 2016 Lu.C.C.A. – Lucca Center of Contemporary Art – Via della Fratta, 36 55100 Lucca

 

Dafne

Blow up, ingrandimento dell’anima

di Michelangelo Antonioni

1966 – con David Hemmings e Vanessa Redgrave

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Ancora interessantissimo dopo 50 anni. Una tematica che non ha tempo, almeno rispetto al tempo dell’uomo moderno, se intendiamo per moderno quell’uomo che si crede libero, quello che ha conosciuto l’individualismo, la sacralizzazione del sé.

“Non ne posso più di Londra perché non fa niente per me”

Il pretesto in una trama quasi “gialla”, un mistero, un noir per parlare di forti tematiche esistenziali. Il mistero di un delitto come metafora del mistero del sé.

Il protagonista un uomo a cui ciò che è sconosciuto è il sé autentico, così sconosciuto da scivolare in una condizione di anestesia emotiva.

Solo attraverso un “ingrandimento” di una parte del suo animo, così come per la fotografia che ha permesso di scoprire il delitto, potrebbe riconoscere la parte morta di sé e risorgere.

Ma non accade, e la sua vitalità rimane esterna al suo animo. Una ostentata vitalità che si evidenzia nei gesti e nelle posture del bravissimo attore che con tutto il suo corpo riesce a far emergere il personaggio.

Un uomo, il protagonista, che non si preoccupa di capire se quello che vive e che esprime nasca o meno dall’autentico sé, tanto che nell’ultima scena del film la sua stessa vita viene solo mimata. Attualissimo.

Un gran bel film, una miracolosa metafora visiva di complicate questioni interiori.

Dafne