cinema

La Tenerezza di Gianni Amelio

Bello il film di Gianni Amelio. Autentico. Come la Napoli che si vede e intravede.

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Una storia vera, credibile, ben recitata dai nostri attori, finalmente maturi. Un messaggio difficile ma edificante. Una storia di vita e di difficoltà di viverla.

Renato Carpentieri, Elio Germano, Giovanna Mezzogiorno, Micaela Ramazzotti, Greta Scacchi. Possiamo fidarci di loro e del regista Gianni Amelio.

Una bella regia, belle immagini e bei dialoghi. Niente di pretenzioso. Un film onesto ed efficace.

Da non perdere.

Dafne Visconti

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Fanny e Alexander, il sogno “vero” di Bergman

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Se dovessimo seguire una logica per raccontare e descrivere questo straordinario film di Ingmar Bergman, sarebbe la logica dei sogni.

E proprio come quando si sogna – che  ti accorgi di aver vissuto in una allucinazione solo quando il sogno è finito – allo stesso modo capisci che sei stato condotto in logiche e strade “altre” solo quando il film è finito, e le luci si riaccendono in sala destandoti.

Fanny e Alexander è più che  un film, ed è anche più che un sogno. Potrebbe trattarsi di un miracoloso intersecarsi di questi due tipi di non realtà: l’immaginazione ed il sogno. Bergman riesce a rappresentare e quindi svelare questo piano di intersezione – aggiungendo un livello di conoscenza – grazie alla sua potente maestria nell’utilizzare il linguaggio cinematografico. Perché di questo si tratta: di cinema.

Al di là dell’indubbia atmosfera onirica, Fanny ed Alexander – e qui sta il miracoloso – riesce a toccare corde vivide, vere, che richiamano in noi sicuri vissuti che, per quanto inconsci, non sono certo fittizzi o irreali. Trasportati dalla sapiente narrazione per immagini del regista, inconsapevoli spettatori, vediamo scorrere idee, pensieri, sensazioni già provate, stralci di vita nostra o altrui raccontati come solo una poesia può riuscire a raccontare, ovvero attraverso un che di illogico e una sintassi improria che – essa sola –  rivolta le nostre conoscenze e coscienze profonde per farle ri-affiorare alla nostra superficie conscia.

C’è della poesia in questo film e come una poesia regala suggestioni.

Lo sguardo narrativo è quello di un bambino che ancora non sa e non distingue, è aperto, vergine, privo di pregiudizio, ricco di fantasia e soprattutto di speranza. E’ straordinario poter cogliere questo sguardo, farlo proprio. Fanny e Alexander ci porta a provare un grande fascino per quella fase della  vita di tutti noi, tra la fine dell’infanzia e l’inizio dell’adolescenza, rapida e di possibile incanto. Il regista riesce a condurci lì, magistralmente e con grande facilità, facendoci avvertire il privilegio di esserne spettatori esterni.

Con Fanny e Alexander, come in sogno e come al teatro, sperimentiamo una forma di realtà non logica, a volte enfatizzata, che ci piace molto esperire, perchè è più che vivere. E’ superare le abituali categorie e fare ingresso in nuovi ambiti che scopriamo di avere già in noi, senza conoscerli.

Bergman è un eccezionale regista e Fanny ed Alexander un gran bel film, da vedere al cinema, con lo schermo gigante ed al buio. Un film è fatto di immagini e quelle che vediamo sono sempre immagini bellissime. La sicura bellezza delle immagini e la loro ricercatezza non possono stancare: le tre ore del film sono – oltre a tutto il resto – un vero e proprio appagamento estetico, di cui evidentemente il nostro “cervello” non smette di avere bisogno.

La bellezza delle immagini del film è reale. La narrazione è al limite di ciò che possiamo ritenere verosimile. Il risultato è un equilibrio che sa di magico e che porta a farci provare una perturbante sensazione di vertigine.

“Tutto può accadere, tutto è possibile e verosimile. Il tempo e lo spazio non esistono, l’immaginazione fila e tesse nuovi disegni”

Fanny e Alexander di Ingmar Bergman – 1982

Dafne Visconti

Blow up, ingrandimento dell’anima

di Michelangelo Antonioni

1966 – con David Hemmings e Vanessa Redgrave

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Ancora interessantissimo dopo 50 anni. Una tematica che non ha tempo, almeno rispetto al tempo dell’uomo moderno, se intendiamo per moderno quell’uomo che si crede libero, quello che ha conosciuto l’individualismo, la sacralizzazione del sé.

“Non ne posso più di Londra perché non fa niente per me”

Il pretesto in una trama quasi “gialla”, un mistero, un noir per parlare di forti tematiche esistenziali. Il mistero di un delitto come metafora del mistero del sé.

Il protagonista un uomo a cui ciò che è sconosciuto è il sé autentico, così sconosciuto da scivolare in una condizione di anestesia emotiva.

Solo attraverso un “ingrandimento” di una parte del suo animo, così come per la fotografia che ha permesso di scoprire il delitto, potrebbe riconoscere la parte morta di sé e risorgere.

Ma non accade, e la sua vitalità rimane esterna al suo animo. Una ostentata vitalità che si evidenzia nei gesti e nelle posture del bravissimo attore che con tutto il suo corpo riesce a far emergere il personaggio.

Un uomo, il protagonista, che non si preoccupa di capire se quello che vive e che esprime nasca o meno dall’autentico sé, tanto che nell’ultima scena del film la sua stessa vita viene solo mimata. Attualissimo.

Un gran bel film, una miracolosa metafora visiva di complicate questioni interiori.

Dafne

BIRDMAN ci raggiunge

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Ti prende alla sprovvista. Ti porta avanti, indietro, dentro e fuori. In sostanza questo film ti trascina con sé. Nella profonda e arguta fantasia del regista, dentro la “sua” storia pensata, quella della sua testa viaggiante. Si capisce la portata della narrazione dal fatto che si stratta di un film difficile da raccontare; si può esprimere emozionalmente, ma il racconto della trama si esaurirebbe in poche parole, facendo perdere gran parte del suo significato.

Il film è reso attraente dall’ambientazione all’interno di un teatro, partecipiamo alle scene e alla vita del teatro, vivendone i retroscena, le sofferenze. Per lungo tempo il punto di vista dello spettatore oscilla fra il palco del teatro ed i suoi sotterranei. Quasi si tocca la polvere delle assi del proscenio ed il caldo delle luci di scena mentre gli attori eseguono le prove. Dopodichè si scende sotto, nei camerini, nella sartoria, fra i corridoi asfittici e trasudanti passioni e timori di uno spettacolo ancora da rappresentare e di cui non se ne possono prevedere le sorti.

La vita del protagonista E’ lo spettacolo che deve essere rappresentato. Non sappiamo cosa accadrà e cosa ne sarà di lui.  Nel frattempo, noi, lentamente, entriamo nella strana ed affascinante e perturbante personalità dell’attore principale. E soprattutto nei meandri psicologici di noi stessi o dei personaggi (non fa la differenza) suggeriti da ciò che sta per andare in scena: Di cosa parliamo quando parliamo di amore , un racconto di Raymond Carver che apre le pieghe dell’anima e della psiche e mette in mostra le profondità più recondite con parole limpide, taglienti ed efficaci. Parole che passando dalla narrazione scritta alla espressione teatrale acquistano ulteriore portata e drammaticità.

Ma poi, da questa più sanguigna e passionale realtà, noi spettatori veniamo trasportati – attraverso la quasi lucida follia del protagonista e la immaginifica espressività del regista – su una altro livello. Onirico? Fantastico? Assurdo? Paradossale? Non lo sappiamo, forse di tutto un po’. Fatto sta che ci piace e che si armonizza con tutto  il resto: è questa la REGIA in senso letterale, il concertare, l’articolare il proprio pensiero e poi riuscire a rappresentarlo con tutte le licenze poetiche del caso, da vero regista/artista.

Birdman ci raggiunge veramente, potentemente.

 

Dafne

“Il giovane favoloso” in sala diventa magico

Regia di Mario Martone con Elio Germano Michele Riondino Isabella Ragonese il-giovane-favoloso-locandina-low

Ecco un film, con pregi e difetti, ma un vero film, un’opera. Non sappiamo mai quello che possiamo aspettarci dalla narrazione cinematografica di vite di personaggi entrati nel nostro immaginario in età adolescenziale e idealizzati.

Due ore e mezzo di proiezione che scorrono via, immagine dopo immagine, lo sguardo si riempie, i fotogrammi soddisfano pienamente il bisogno di bellezza e di armonia che inconsapevolmente ricerchiamo. La composizione di ciascuno è perfetta, equilibrata, come le poesie belle che danno una sensazione di pienezza. Lo schermo gigante amplifica la soddisfazione.

La narrazione è tale che ci porta su un piano superiore allo svolgimento dei fatti e dei dialoghi, gli attori protagonisti – Elio Germano e Michele Riondino – sono così bravi che, in sinergia con una regia ed una sceneggiatura magistrali, veniamo coinvolti e trasportati oltre ciò che vediamo e sentiamo. Come accade per ogni classico.

Due sono i momenti di grande tensione emotiva, palpabile in sala: Elio Germano (Leopardi) che declama L’Infinito e successivamente La ginestra. La voce, le pause, le tonalità, i bei versi, la musica e le immagini, il grande schermo, il buio: l’essenza poetica ci arriva pienamente, e più che in qualsiasi altra situazione.

In questo luogo magico – il cinema – tutto si potenzia ed interagisce,  ci penetra confluendo verso la nostra natura emotiva commuovendoci.

Questi i pregi, i difetti non è importante descriverli.

Da vedere

Dafne

Jimmy’s Hall – Ken Loach

Jimmy’s Hall di Ken Loach.

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Una lezione di cinema, pulito, lineare, non esce mai dai confini di ciò che vuole rappresentare, niente è di troppo, tutto è essenziale. Non si può obiettare – formalmente – niente.

Rimane però un retrogusto di schematismo e di approccio didascalico alla narrazione. Certo un cinema perfetto, ma nello stesso tempo un poco  freddo nella raffigurazione forse semplificata della realtà; la tematica potrebbe far infammiare ma viene trattata senza farcela avvertire dentro le ossa, consentendoci un distacco. Una specie di favola.

Non va male, è la cifra del regista, una scelta sicuramente ben riuscita e resa possibile dalle credibilissine e affascinanti interpretazioni. Nel loro schematismo i personaggi tengono. Tutti si offrono chiaramente per quello che sono, nessuno ha una doppia anima, un cedimento, ogni personaggio rappresenta un ideale, un sentimento, senza complicazioni. Non esistono sfumature ed i dialoghi rispecchiano questo “monocromatismo” dei protagonisti. Evidentemente una scelta di un grande regista che tranquillizza molto la narrazione  rendendo godibile un film che non infiamma.

Potrebbe dirsi un film bidimensionale.

 

Dafne

“Due giorni una notte” un punto di vista felice

locandina due giorni una notte Un film così semplice nel suo svolgersi da essere credibile. Non ci vuole convincere, semplicemente accade. I personaggi si mostrano, da vicino. Le parole sono poche, i pensieri suscitati molti e profondi. Proprio come avviene nella vita. Alle azioni di ciascuno corrispondono le reazioni di altri, ognuno si manifesta col suo grado di libertà e di umanità. Le parole hanno il potere di cambiare le idee, il film lo fa capire semplicemente. E’ stupefacente, e qui sta il genio degli autori, come arriviamo a percepire il forte contenuto del film sul senso della felicità non appena il film si conclude. La felicità è un orgoglio interiore che può derivare da un convergere di azioni e pensieri che autonomamente agiscono su un sentire interiore. La felicità può stare nella purezza di pensiero della percezione di sè. Un film, alla fine, filosofico. Da vedere.

Dafne

“Moliere in bicicletta” , il misantropo convinto

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Regia: Philippe Le Guay

Attori principali: Fabrice Luchini, Lambert Wilson, Maya Sansa

Una interessantissima commistione fra teatro e cinema; le tematiche di Moliere sono trasferite in modo teatrale  attraverso un film – commedia il cui impianto se non geniale è quantomeno originale.

Bellissime le ambientazione che rappresentano metà della forza di questa pellicola.

La leggerezza delle situazioni tipiche della commedia francese (con accenni a Tati) diventa sottile tema esistenziale (Il Misantropo) grazie alla riuscita idea della vicenda, ai dialoghi arguti ed lla bravura dei due attori principali.

Serge è un ex-attore di teatro deluso dal suo ambiente e ritiratosi in una dimora decadente, alla francese; Gauthier un suo vecchio collega.

La solitudine cercata di Serge (allude al misantropo Alceste) che è fuggito dalla delusione provata relazionandosi agli uomini, viene per un momento rinnegata da Serge stesso dopo insistenze ed adulazioni dell’amico  Gauthier che lo vuole con lui, nella sua compagnia per recirtare Il misantropo di Moliere.

Ci crede Serge, ancora una volta, e noi con lui.

I due, amici – nemici, avranno modo di conoscersi e riconoscersi, di venire a contatto con le rispettive debolezze e contraddizioni.

Il film, magicamente, da piacevole e leggera commedia scarta improvvisamente verso un sorriso amaro, di delusione, di aspettative mancate, il cerchio si chiude : Serge torna di nuovo su se stesso, al punto di partenza, dove lo avevamo conosciuto, cioè nella sua cercata solitudine.

Illuso e poi disilluso.

Piacevole, bello, divertente, serio.

Dafne

“Io non scherzo un bel niente.

In queste circostanze non risparmio nessuno

Quel che vedo m’offende, e la città e la corte

Non m’offrono che esempi da infiammarmi la bile

Mi prende l’umor nero e un profondo dolore

Quando vedo la gente comportarsi in tal modo

Io riscontro dovunque solo vili lusinghe,

Ingiustizia, interesse, scaltrezza, tradimento

Non posso contenermi, mi adiro, e mi propongo

Di mandare all’inferno tutto il genere umano”

Trama del film: Serge ha abbandonato la carriera d’attore per ritirarsi in una casetta sull’Île de Ré, dove vive come un eremita. A interrompere il suo burbero isolamento arriva Gauthier, amico e collega sulla cresta dell’onda, che gli propone di recitare insieme a teatro Il misantropo di Molière. Serge è scettico, ma chiede a Gauthier di restare qualche giorno per provare entrambi la parte del protagonista, Alceste. L’amicizia ritrovata, la poesia di Molière e l’incontro inaspettato con una donna italiana, Francesca, sembrano restituire a Serge la gioia di vivere, ma i rapporti tra i tre si riveleranno meno facili del previsto…

La “breve” vita di Adele

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Non mi ha convinto ” La vita di Adele”.

Il film vincitore del Festival di Cannes non dovrebbe far sorgere dubbi. Ed invece sono tanti. Avevo altre aspettative. Mi aspettavo di entrare in complessità sconosciute, in risvolti dell’animo problematici che il buon cinema ed il regista creativo dovrebbero rappresentare senza rimanere ancorato ad una realtà prevedibile.

Il vero cinema è per me fare un passo fuori dal mondo reale pur raccontando proprio quello. E’ saper utilizzare la macchina da presa e gli attori non per descrivere ciò che anche io immagino, vedo, percepisco, ma per portarmi a trasognare, vedere oltre, oltre alla capacità dei miei occhi e della mia mente. Sappiamo che la creatività nel cinema può confonderci e stupirci. Si tratta di saper utilizzare gli strumenti del mestiere.

Ho trovato il film scolastico, nella trama e nella stesura scenica. Senza guizzi stilistici nè originalità, senza una visione altra che mi aspetto da un regista in grado di realizzare un’opera.

Sarà che avevo visto recentemente due gran bei film ed ho potuto fare un rapido confronto nel riscontro emotivo e di cifra artistica dei registi e degli attori coinvolti.

Si tratta di “Stoker” del regista coreano Park Chan-wook e di “Il caso Kerenes” ( post ) del regista rumeno Calin Netzer.

In entrambe i film si affrontano vicende drammatiche e relazioni difficili. In questi due film circolano continuamente suggestioni, pensieri dei personaggi nonchè retropensieri, si vede ciò che palesemente viene rappresentato ma anche ciò che non è rappresentabile. La profondità e le sfaccettature dei personaggi fanno parte del tutto, e senza che tu te ne accorga sai tutto di loro e delle loro vite, sei coinvolto dalla complessità delle situazioni. Non so come sia possibile, ma credo che si tratti dell’arte cinematografica che non ho scorto ne “La Vita di Adele” che ci ha, oltretutto, invaso con decine di minuti di immagini di sesso lesbo non richiesto.

Non so…qualcosa non torna..

Dafne

Se “La bicicletta verde” è in Arabia Saudita

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Viene da lontano questo primo film della regista Haifaa Al-Mansour . Un lontano non solo fisico ma anche mentale, che riguarda il come si intende coinvolgere lo spettatore.

In “La bicicletta verde” la regista è riuscita a farci entrare, con discrezione, nella vita chiusa, prevedibile e rassegnata di un gruppo di ragazze dell’ Arabia Saudita. Ci conduce nelle loro giornate contando sulla disponibilità e pazienza dello spettatore, senza accelerare i tempi, senza paura di annoiare.

Il film è pulito, lineare, nessuna divagazione rispetto alla storia da raccontare. Si arriva direttamente al punto focale: la bicicletta verde è la metafora della libertà mentale di ciascun individuo, quel tipo di libertà che coincide con la giustizia.

Si esce dal cinema ed è chiaro che abbiamo visto la rappresentazione cinematografica di un messaggio vitale che proviene da un  mondo non occidentalizzato.

Vi è qualcosa di ingenuo e di primario in questo film, è privo degli orpelli troppo concettuali a cui siamo abituati, non ci sono letture diverse, o spiegazioni da trovare fra la righe.

Semplicemente rappresenta ciò che è: i luoghi, le situazioni, le persone. Gli attori sono bravissimi e la semplicità delle immagini che vediamo scorrere, sconfina in una ricercatezza rara.

Da non perdere.

Dafne