Autore: dafnevisconti

Questo spazio per condividere impressioni su libri, spettacoli, film, arte.

Fanny e Alexander, il sogno “vero” di Bergman

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Se dovessimo seguire una logica per raccontare e descrivere questo straordinario film di Ingmar Bergman, sarebbe la logica dei sogni.

E proprio come quando si sogna – che  ti accorgi di aver vissuto in una allucinazione solo quando il sogno è finito – allo stesso modo capisci che sei stato condotto in logiche e strade “altre” solo quando il film è finito, e le luci si riaccendono in sala destandoti.

Fanny e Alexander è più che  un film, ed è anche più che un sogno. Potrebbe trattarsi di un miracoloso intersecarsi di questi due tipi di non realtà: l’immaginazione ed il sogno. Bergman riesce a rappresentare e quindi svelare questo piano di intersezione – aggiungendo un livello di conoscenza – grazie alla sua potente maestria nell’utilizzare il linguaggio cinematografico. Perché di questo si tratta: di cinema.

Al di là dell’indubbia atmosfera onirica, Fanny ed Alexander – e qui sta il miracoloso – riesce a toccare corde vivide, vere, che richiamano in noi sicuri vissuti che, per quanto inconsci, non sono certo fittizzi o irreali. Trasportati dalla sapiente narrazione per immagini del regista, inconsapevoli spettatori, vediamo scorrere idee, pensieri, sensazioni già provate, stralci di vita nostra o altrui raccontati come solo una poesia può riuscire a raccontare, ovvero attraverso un che di illogico e una sintassi improria che – essa sola –  rivolta le nostre conoscenze e coscienze profonde per farle ri-affiorare alla nostra superficie conscia.

C’è della poesia in questo film e come una poesia regala suggestioni.

Lo sguardo narrativo è quello di un bambino che ancora non sa e non distingue, è aperto, vergine, privo di pregiudizio, ricco di fantasia e soprattutto di speranza. E’ straordinario poter cogliere questo sguardo, farlo proprio. Fanny e Alexander ci porta a provare un grande fascino per quella fase della  vita di tutti noi, tra la fine dell’infanzia e l’inizio dell’adolescenza, rapida e di possibile incanto. Il regista riesce a condurci lì, magistralmente e con grande facilità, facendoci avvertire il privilegio di esserne spettatori esterni.

Con Fanny e Alexander, come in sogno e come al teatro, sperimentiamo una forma di realtà non logica, a volte enfatizzata, che ci piace molto esperire, perchè è più che vivere. E’ superare le abituali categorie e fare ingresso in nuovi ambiti che scopriamo di avere già in noi, senza conoscerli.

Bergman è un eccezionale regista e Fanny ed Alexander un gran bel film, da vedere al cinema, con lo schermo gigante ed al buio. Un film è fatto di immagini e quelle che vediamo sono sempre immagini bellissime. La sicura bellezza delle immagini e la loro ricercatezza non possono stancare: le tre ore del film sono – oltre a tutto il resto – un vero e proprio appagamento estetico, di cui evidentemente il nostro “cervello” non smette di avere bisogno.

La bellezza delle immagini del film è reale. La narrazione è al limite di ciò che possiamo ritenere verosimile. Il risultato è un equilibrio che sa di magico e che porta a farci provare una perturbante sensazione di vertigine.

“Tutto può accadere, tutto è possibile e verosimile. Il tempo e lo spazio non esistono, l’immaginazione fila e tesse nuovi disegni”

Fanny e Alexander di Ingmar Bergman – 1982

Dafne Visconti

La Tela Violata – Arte

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La Tela Violata è la mostra corrente al Lu.C.C.A (Lucca Center of Contemporary Art).

Fontana, Castellani, Burri, Scheggi, Simeti, Amadio e l’indagine fisica della terza dimensione.

Una visita che espone la nostra mente all’astratto, allenandola alla terza dimensione e ad un immaginario non figurativo.

Alla fine dei conti un vero e proprio relax per i nostri occhi ed il nostro pensiero ormai sopraffatto da immagini su immagini del reale che ci circonda. Un vero ingresso altrove attraverso una modalità che, nel quotidiano, ci è inconsueto.

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Una palestra filosofica che ci mette a contatto con elementi del nostro pensiero poco utilizzati, ma una volta messi in azione ci rendono più flessibili. Una flessibilità che sviluppa ed acuisce lo spirito critico e di osservazione.

 

Tutto questo nella bellissima città di Lucca.

 

 La Tela Violata dal 19 marzo al 19 giugno 2016 Lu.C.C.A. – Lucca Center of Contemporary Art – Via della Fratta, 36 55100 Lucca

 

Dafne

Blow up, ingrandimento dell’anima

di Michelangelo Antonioni

1966 – con David Hemmings e Vanessa Redgrave

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Ancora interessantissimo dopo 50 anni. Una tematica che non ha tempo, almeno rispetto al tempo dell’uomo moderno, se intendiamo per moderno quell’uomo che si crede libero, quello che ha conosciuto l’individualismo, la sacralizzazione del sé.

“Non ne posso più di Londra perché non fa niente per me”

Il pretesto in una trama quasi “gialla”, un mistero, un noir per parlare di forti tematiche esistenziali. Il mistero di un delitto come metafora del mistero del sé.

Il protagonista un uomo a cui ciò che è sconosciuto è il sé autentico, così sconosciuto da scivolare in una condizione di anestesia emotiva.

Solo attraverso un “ingrandimento” di una parte del suo animo, così come per la fotografia che ha permesso di scoprire il delitto, potrebbe riconoscere la parte morta di sé e risorgere.

Ma non accade, e la sua vitalità rimane esterna al suo animo. Una ostentata vitalità che si evidenzia nei gesti e nelle posture del bravissimo attore che con tutto il suo corpo riesce a far emergere il personaggio.

Un uomo, il protagonista, che non si preoccupa di capire se quello che vive e che esprime nasca o meno dall’autentico sé, tanto che nell’ultima scena del film la sua stessa vita viene solo mimata. Attualissimo.

Un gran bel film, una miracolosa metafora visiva di complicate questioni interiori.

Dafne

Appunti su “Gli amici che non ho”

Gli amici che non ho di Sebastiano Mondadori – Codice Edizioni

Un romanzo accattivante e forte, una prosa sempre in bilico fra lirismo e prosaicità, una narrazione esistenziale dove è la vita che morde

Gli amici che non ho di Sebastiano Mondadori - Codice Edizione

E’ un libro intenso, potente, esistenzialista. Leggerlo eccita la mente per la sensazione di “niente da perdere” che viene rimandata dal protagonista, Giuliano Sconforti. L’apparente indifferenza e superficialità dello Sconforti nasconde, e lo capiamo presto, un’intensità di vita ed un anelare ad essa che ci raggiunge quasi  inconsapevolmente.

La cifra del romanzo è’ l’inconsapevolezza del dove verremo condotti dalla scrittura. Una scrittura fluida, veloce, a tratti esaltante: non fatichiamo ad entrare nella profondità che sottintende. Veniamo emotivamente trascinati da una storia che non ci riguarda, che non ci può accadere ma arriviamo fin nel sottosuolo dell’animo dello Sconforti, e con lui articoliamo i pensieri: misteriosamente lo Sconforti ci raggiunge.

I ricordi, la nostalgia, i rimpianti ed i rimorsi, l’amore, il sesso, l’indefinitezza, la vigliaccheria e gli eccessi, ma è la misoginia sottotraccia l’aspetto più difficile da spiegare. In ogni caso, al di là dell’amarezza e della malinconia striscianti, esce fuori dalle pagine un forte senso di riscatto.

Un libro fortemente sentimentale dietro veli di cinismo e  sarcasmo e a tratti poetico per la specificità, ricercatezza e profondità della parola. Sempre comunque in bilico fra lirismi e volgarità. L’autore ha una originale immaginazione metaforica che produce, durante la lettura, associazioni mentali nuove: può accadere che da  apparenti complessità in cui possiamo inciampare, si liberi un’intuizione che fa chiarire pensieri interiori.

Un romanzo per uomini e per donne: la sensibilità femminile è soddisfatta dalle sfumature e dalle articolazioni di pensiero e da frasi esteticamente appaganti. Il punto di vista maschile è soddisfatto, credo, dall’irruenza e dalla goffagine degli accadimenti – dove la praticità della vita sembra sempre prelavere rispetto al sottofondo di emozioni – nonchè dalla scrittura anche arrogante e più che vivace.

E per tutti vale quello strano ed inspiegabile parteggiare per un uomo che all’egoismo ed all’impulsività unisce un qualcosa di disdicevole. Potere della letteratura?

Un libro da leggere, certamente, più di una volta tanto è il materiale descritto, tanto svelta e trascinante la lettura da farci pensare, una volta terminato, che c’è dell’altro e dobbiamo ricominciare !

Citazione:Quanta libertà dalla certezza di essere fraintesi”

Dafne

 

Una “Forza Maggiore” che ci domina

forza maggioreForza Maggiore di Ruben Ostlund

Film svedese. Atmosfere decise e a tratti perturbanti. Un sottobosco di sensazioni – a causa di un evento imprevedibile –  avvolgono i coniugi protagonisti del film, sensazioni difficili fino a diventare invalidanti e tanto pervasive da raggiungere  l’animo dei due figli piccoli.

Un film che è un insinuante viaggio nei meandri psicologici che – si capisce bene – potrebbero anche mai estroflettersi esternamente, un film che è un dare audio alle voci interiori profonde che potrebbero anche mai diventare comunicazione esterna all’altro.

Ma qua non accade: l’insenatura profonda diventa una piega più lineare e le voci profonde si fanno un poco più chiare, fino a fuoriuscire e diventare parole possibili. Merito di un’impellente esigenza di verità da parte di lei, e di una sincera ricerca di sè da parte di lui.

Nonostante questo il film non consola, ma mette nero su bianco le nostre assolute e spesso complicate incongruità interiori. E chissà, la “Forza Maggiore” è probabilmente ciò che può comportare un autoinganno esistenziale.

Interessante la regia, il taglio delle inquadrature, la luce inquietante diffusa, la neve, ed i silenzi della neve che sovrastano gli uomini. Inoltre trapela qualcosa della società svedese relativamente alla parità fra i sessi, qualcosa di contrario al machismo latino.

Bravissimi gli attori, un bel film, calmo, ponderato, lento nella bellezza della lentezza.

Dafne

“La visione interiore” di Henri Matisse

In occasione della mostra di Matisse a Roma presso le Scuderie del Quirinale rispolvero un mio post che lo riguarda.

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libri e arte

Una trentina di pagine di riflessioni di Henri Matisse sono sufficienti per entrare nell’orbita del pianeta Arte. Questi piccoli quadernetti dell’editore Viadelvento (i quadernidelvento – testi inediti e rari del Novecento) hanno un fascino particolare, emanano un alone di preziosità, sembrano appena trovati su una scrivania di studio di artista. Si tratta infatti di pensieri non ordinati, senza necessariamente un filo logico, nati spontaneamente da riflessioni libere che si arricchiscono per successive associazioni di idee, apposizione di suggestioni. E noi che leggiamo ci troviamo così vicini all’immaginario dell’artista che non ci rimane che stare silenziosi ad accettare religiosamente le confidenze di ciascuno di loro. Nel caso di Matisse si tratta di personali, intimi tentativi di spiegare il proprio specifico sentire nell’atto del creare, come anche dell’intento riuscito di guardarsi all’opera con un occhio esterno per dare una personale definizione, decrizione anche pratica, strumentale, del fare arte. Vale la pena leggerne…

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Fantastico inaspettato teatro

E’ inaspettato, perchè è di giovedi ed il biglietto si acquista sul momento al costo di una proiezione cinematografica. Ma è teatro. Sarà che in questa città di provincia per quanto culturalmente significativa non accadono cose così, inaspettate appunto.

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Winter è una pièce teatrale scritta da John Fosse, considerato il massimo scrittore e drammaturgo norvegese vivente. Già questo è interessantissimo: l’incursione della Norvegia in una tranquilla città della mite Toscana. Il regista Oskar Korsunovas è conosciuto in tutto il mondo. Questi due grandi nomi spalancono le porte ad una intensa rappresentazione teatrale di grandissima qualità e di forte impatto emotivo in una normalissima serata di fine inverno, proponendosi senza clamori ed affidandosi all’intuito del potenziale spettatore che passa davanti alla locandina affissa lateralmente al Teatro, dato che lo spettacolo si svolgerà non nella sede teatrale principale, ma in quella secondaria. In realtà ci sentiamo dei privilegiati noi che siamo lì, in questo non grande teatro, con solo la platea ed il palco – e quindi gli attori – a ridosso delle nostre teste.

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I due attori – bravissimi -sono talenti italiani; la donna è lituana naturalizzata italiana, l’uomo è addirittura della stessa città di provincia che ospita lo spettacolo. E così, in un’ora di spettacolo, ogni provincialismo è bandito: Lituania, Norvegia, Italia, mostri viventi della drammaturgia e giovani attori premiati dai loro anni di studio.

Lo spettacolo è entusiasmante per come riesce ad entrare fra le pieghe dell’umano sentire per poi enucleare le recondite motivazioni del vissuto. E’ teatro puro, vivido, come carne viva. E’ teatro all’ennesima potenza: non solo le parole scandagliano gli avvenimenti interiori, le motivazioni estreme; a queste si aggiunge – esaltando potentemente il contenuto e l’espressività – la rappresentazione vera e proprio, ovvero la fisicità degli attori che si muovono nello spazio, fra la scenografia. Il corpo narra quanto e più delle parole. Il teatro è parola – corpo – spazio – fuori dall’ordinario. Al teatro la parola , il corpo e lo spazio possono essere utilizzati sfruttando la genialità dei registi e dei drammaturghi che riescono e possono osare oltre le convenzioni delle parole, del corpo e dello spazio stessi.

Solo così, grazie a questa arte della drammaturgia, il tema esistenziale viene scandagliato a profondità a cui non si potrebbe altrimenti arrivare. E ci tocca interiormente, in una normale serata di fine inverno, durante un’ora di spettacolo intensissimo.

Dafne

Winter

“uno stanco uomo d’affari incontra una donna nel parco di una città. Bella, scapigliata e strana, lei rappresenta un enigma al quale è difficile resistere. Lui la porta nella sua camera d’albergo e intreccia con la donna una relazione appassionante. Questa commedia esplora un incontro tanto ordinario quanto estremo”.

Testo teatrale John Fosse

Regia ed ideazione scenica Oskar Korsunovas

Attori : Ruta Papartyte e Marco Brinzi

BIRDMAN ci raggiunge

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Ti prende alla sprovvista. Ti porta avanti, indietro, dentro e fuori. In sostanza questo film ti trascina con sé. Nella profonda e arguta fantasia del regista, dentro la “sua” storia pensata, quella della sua testa viaggiante. Si capisce la portata della narrazione dal fatto che si stratta di un film difficile da raccontare; si può esprimere emozionalmente, ma il racconto della trama si esaurirebbe in poche parole, facendo perdere gran parte del suo significato.

Il film è reso attraente dall’ambientazione all’interno di un teatro, partecipiamo alle scene e alla vita del teatro, vivendone i retroscena, le sofferenze. Per lungo tempo il punto di vista dello spettatore oscilla fra il palco del teatro ed i suoi sotterranei. Quasi si tocca la polvere delle assi del proscenio ed il caldo delle luci di scena mentre gli attori eseguono le prove. Dopodichè si scende sotto, nei camerini, nella sartoria, fra i corridoi asfittici e trasudanti passioni e timori di uno spettacolo ancora da rappresentare e di cui non se ne possono prevedere le sorti.

La vita del protagonista E’ lo spettacolo che deve essere rappresentato. Non sappiamo cosa accadrà e cosa ne sarà di lui.  Nel frattempo, noi, lentamente, entriamo nella strana ed affascinante e perturbante personalità dell’attore principale. E soprattutto nei meandri psicologici di noi stessi o dei personaggi (non fa la differenza) suggeriti da ciò che sta per andare in scena: Di cosa parliamo quando parliamo di amore , un racconto di Raymond Carver che apre le pieghe dell’anima e della psiche e mette in mostra le profondità più recondite con parole limpide, taglienti ed efficaci. Parole che passando dalla narrazione scritta alla espressione teatrale acquistano ulteriore portata e drammaticità.

Ma poi, da questa più sanguigna e passionale realtà, noi spettatori veniamo trasportati – attraverso la quasi lucida follia del protagonista e la immaginifica espressività del regista – su una altro livello. Onirico? Fantastico? Assurdo? Paradossale? Non lo sappiamo, forse di tutto un po’. Fatto sta che ci piace e che si armonizza con tutto  il resto: è questa la REGIA in senso letterale, il concertare, l’articolare il proprio pensiero e poi riuscire a rappresentarlo con tutte le licenze poetiche del caso, da vero regista/artista.

Birdman ci raggiunge veramente, potentemente.

 

Dafne

Innamorarsi 52 volte – Il Museo del Mondo

52 capolavori per 52 storie – Il museo del Mondo di Melania Mazzucco Einaudi Editore

Il Museo del mondo Einaudi Editore

Il Museo del mondo Einaudi Editore

Si tratta di 52 capolavori dell’arte nei secoli prodotti dall’antichità ai giorni nostri. 52 capolavori raccontati ciascuno in due tre pagine al massimo; ciascuno di questi racconti dischiude  a pensieri e suggestioni come se di pagine ne leggessimo a decine. Questa è la forza e la capacità di racconto di Melania Mazzuco. Ogni sua parola o breve descrizione allude ad altro, apre finestre dell’immaginazione, porta a richiami e collegamenti, acuisce la curiosità, spingendoci oltre quelle parole, accendendo l’attrazione verso l’oggetto  del racconto. Ci trascina impetuosamente grazie al talento di romanziera nell’epoca del quadro, ci fa intravedere ed intuire vividamente la personalità dell’autore, la specifica anima artistica di ciascuno di essi.

Non possiamo rimanere indifferenti, anzi, ci innamoriamo ogni volta, per 52 volte.

Ogni opera ha sempre una sua specifica storia, una sua genesi e sviluppo, un suo carattere e personalità, come accade per le persone e come immaginiamo per l’autore di ciascuna opera. Tale complessità di contenuti è raccontata con semplicità e passione, vera conoscenza, grande competenza ed emozione. Un approccio non didascalico ma che non omette informazioni significative. Un interessantissimo ingresso nel mondo dell’arte e degli artisti di tutti i tempi che nell’insieme  riesce a farci comprendere la grande unitarietà dell’arte, l’imprescindibile filo conduttore che attraversa i tempi, le epoche, gli stili, tanto che le opere non sono presentate né per ordine cronologico, né tematiche stilistiche, ma quasi per improvvisi ricordi, come se l’autrice procedesse per analogie e associazioni di idee del tutto personali.

E’ il Museo immaginario di Melania Mazzucco.

Melania Mazzucco

Melania Mazzucco

Rapiti come se ci raccontassero una favola, come se ci svelassero segreti, ogni volta ho avvertito la grande complessità che sta dietro a qualsiasi opera d’arte che abbia resistito al tempo, dandomi la possibilità di spiegare od appena intuire il motivo di una rapimento estetico, l’inspiegabile forza attrattiva di certe opere, sensazione che altrimenti può provocare un certo senso di smarrimento se vissuta senza appigli e punti di riferimento. Ecco, questo volume offre la possibilità di trovare quel sostegno, quell’attacco, quella risorsa in più per tradurre le proprie emozioni di fronte al mistero della fascinazione da opera d’arte.

Inoltre il libro stampato da Einaudi è un bellissimo prodotto editoriale, come se ne vedono raramente. La carta è di prestigio, la resa dell’immagine delle opere è ottima, le dimensioni del volume non sono invadenti, poco più di un qualsiasi romanzo. E Melania Mazzucco conferma le sue doti di vera scrittrice.

 

Dafne

 

La danza ed il suo mistero

Mi è capitato spesso di riflettere sulla danza e sul suo significato più profondo. Su cosa abbia di diverso dalle altre forme di arte, su quale livello riesca a coinvolgerci, quali corde interne vada a toccare. E’ lampante che al centro del tutto vi sia il CORPO e le sue innumerevoli possibilità espressive.

Coloro che praticano la danza sono i detentori assoluti di questa possibilità espressiva e comunicativa, capaci di una vera e propria estroflessione dell’universo interiore attraverso il corpo.

Otello - Compagnia del Balletto di Roma

Otello – Compagnia del Balletto di Roma

Doti fisiche e rara sensibilità interiore educate ed amalgamate da una rigorosa disciplina e da una continua ricerca fanno nascere quelle persone speciali che noi chiamiamo semplicemente “BALLERINI”, veri artisti che che ci consentono , se vogliamo, di attraversare il vetro opaco dei nostri confini sensoriali e sfociare altrove, stare un po’ in questo altrove e poi rientrare nel nostro mondo con una coscienza nuova, una coscienza sorpresa.

Rudolf Nureyev

Rudolf Nureyev

 

“Quando un danzatore è all’apice della potenza, possiede due cose splendide, fragili e deteriorabili: la spontaneità, conquistata dopo anni di esercizio e la semplicità, non intesa nell’accezione usuale, ma come stato di semplicità assoluta, quello di cui parla T.S Eliot e che si consegue sacrificando assolutamente tutto” Martha Graham

Del resto i sentimenti ed i valori che la danza vuole studiare ed esprimere sono sentimenti e valori UNIVERSALI e come tali ci raggiungono, istintivamente.

Concepisco la danza come il frutto di una ricerca che è crocevia fra corpo e intelletto. La perfetta sinergia fra CORPO e MENTE e come avviene per i sistemi complessi durante una rappresentazione teatrale il tutto è sempre di più che la somma della parti.

La coppia Anna Tsygankova Matthew Golding

La coppia Anna Tsygankova Matthew Golding

Charles Baudelaire spiega così il valore aggiunto insito nell’arte della danza: ” La Danza può rivelare tutto ciò che la musica racchiude”

La Danza ci piace davvero!

Dafne