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Photoluxfestival e Circuito off : la fotografia si fa strada

logoPHOTOLUX_01 La città di Lucca si sta preparando al Photoluxfestival, il Festival Internazionale della fotografia. Il festival ha cambiato, ultimamente, la sua impronta filosofica rispetto ad una decina di anni fa. Intanto è diventato un evento biennale e poi ha lanciato una comunicazione, diretta, calda, efficace; lo avvertiamo leggendo il chi siamo. Questa edizione si farà notare per la partecipazione di personaggi illustri come Sara Munari e Oliviero Toscani. Interessante il tema che affronterà Oliviero Toscani :

Oggi la fotografia è l’Arte più facile ed accessibile. Ma quanti sono gli Autori?

Questo è un tema davvero interessante, assai attuale, ed è fondamentale prenderne coscienza e reperire qualche strumento utile per poter avere un pensiero critico in proposito.

Sarà proiettato nelle sale del Cinema storico della città “Il sale della Terra” , il documentario di Wim Wender su Sebastião Salgado.

Poi vi saranno numerosi workshop oltre che ad  incontri conviviali in libreria insieme a fotografi e ad altri attori del mondo fotografico.

Due le mostre – evento: la mostra dei vincitori del WORLDPRESSPHOTO e la mostra, in realtà itinerante per l’Europa, denominata EPEA: dodici fotografi di nazionalità diverse hanno dato vita ad altrettante interpretazioni visuali del concetto di “The New Social”.

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Ma la cosa che trovo più interessante e divertente è il CIRCUITO OFF : autori non professionisti selezionati da una giuria esporranno in contesti di vita cittadina del centro storico della città. Quindi vedremo le personali di decine di appassionati fotografi allestite in negozi di ogni tipo, in bar, ristoranti, librerie, studi d’artista.

Un bel movimento, tante immagini da scoprire, tante realtà da aggiungere al nostro immaginario.

Da non perdere.

Dafne

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Il sale della Terra e l’anima del fotografo

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Una bella esperienza il documentario su Salgado realizzato da Wim Wenders

Ho compreso profondamente due aspetti della fotografia “antropologica”.

  • Consideravo poco etico fotografare persone e/o popoli come spettatore esterno in situazioni di difficoltà con la finalità di ottenere belle immagini; grazie a questo bel racconto di Wim Wenders su Sebastião Salgado ho capito con certezza che il mezzo fotografico non è cosa diversa dall’uomo stesso in casi emblematici come questo, sui posti e accanto alle persone vi è certamente ed esclusivamente l’uomo Salgado con tutta la sua portata, non esiste spettatore esterno: l’obiettivo fotografico e l’animo sono indistinguibili.
  • Al termine della proiezione si comprende, affascinati, quanto solo l’abnegazione assoluta di giorni mesi ed anni e la progettazione approfonditissima verso ciascuna Ricerca Fotografica abbia permesso la realizzazione di Opere vere e proprie che trasmettono spessore, eternità.

Salgado insegna umanamente e professionalmente.

Da vedere.

Dafne

Genesi – lo sguardo di Salgado sul Pianeta

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Il primo impatto è stato come un senso di caos. Le foto sono tantissime, a volte molto molto grandi altre volte più piccole. Tutte immagini in bianco e nero, animali, paesaggi, uomini, ovvero tutto ciò che ci circonda e viviamo, Quindi, giustamente, il caos.

Per questo il primo bisogno è stato di dare una iniziale scorsa generale, anche per capire la geografia dei locali: le stanze sono almeno quattro che si intersecano fra loro, una addirittura è dentro l’altra.

Dopo la panoramica generale utile a farsi una mappa mentale del luogo e concettuale delle immagini mi è stato possibile ripercorrere la mostra passo passo, con lentezza.

E’ una testimonianza affascinante ed importante del nostro pianeta. La quantità e varietà di immagini fa bene percepire l’immane lavoro e la grande passione che sta dietro a questo risultato.

Si rimane stupiti ed incantati dalla bellezza, dalla stranezza, dall’espressività di uomini, animali, piante.

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E’ una testimonianza, ma non è un semplice reportage infatti si viene coinvolti da una sensazione che si avvicina alla cifra poetica che credo derivi dall’amore per la natura e per il proprio lavoro, che il grande Salgado trasmette.

Da vedere, assolutamente.

Dafne

La ricerca fotografica del pittore Bonnard

Pierre Bonnard – Table set in a garden, 1908

E’ stata la lettura del volume dedicato a Pierre Bonnard   in occasione della mostra Bonnard Photographe al Museo d’Orsay nel 1987, a farmi porre attenzione ed interesse ad un tema di confine come quello del legame fra pittura e fotografia; un tema di cui poco ho avuto occasione di sentire parlare ma che trovo molto stimolante.

A un anno di distanza la mostra fu a Firenze, a Palazzo Rucellai.

Dalla prefazione di Antoine Terrasse trovo subito delle parole che suscitano ragionamenti nuovi:

I costruttori delle cattedrali, gli architetti, gli ingegneri, coloro che hanno tracciato le strade ferrate, nessuno di loro ha mai pensato a queste immagini che si svelano inaspettatamente allo sguardo di uno spettatore. Queste immagini sono conseguenze […] la fotografia è un’arte nella misura in cui colui che la professa trasmette una nuova emozione alla nostra visione e alla nostra mente .

Credo che per Bonnard la fotografia sia stato un  modo per comprendere meglio il possibile raggio di azione della sua pittura, leggendo ho immaginato la sua curiosità nel cimentarsi col mezzo fotografico per comprenderne i confini e apprezzare le differenze con la sua pittura, così come il bisogno di sperimentare personalmente come la fotografia

capta i volti a partire dai volti, gli oggetti a partire dagli oggetti; fissandosi sulla pellicola, la luce rivela la vita a partire dalla vita. Il suo artificio si alimenta della realtà.

La fotografia, in fondo è sempre, per sua natura, pura realtà ed il fascino può derivare dalla sua trasfigurazione in  modo che da semplice resoconto possa diventare suggestione se non emozione, e questo può accadere ad opera di uno sguardo dotato di visione, come certamente quello di un pittore.

Anche la fotografia è una superficie piana, come la pittura, possiede quello stesso distacco rispetto alla realtà. Ambedue si alimentano di una vita propria, e possiedono, ciascuna, la propria magia.

Bonnard usava la fotografia come esercizio, al pari del disegno e non ha mai parlato molto delle sue fotografie, a dimostrazione del fatto che si trattava di una sua esigenza di studio, di esercizio, come fosse una delle componenti del suo lavoro. Sono di Bonnard queste parole

la pittura, rispetto alla fotografia, ha il vantaggio di essere fatta a mano

come dire che è un tramite diretto fra l’artista e la rappresentazione della sua visione, completamente definibile e gestibile dall’autore, mentre la fotografia presuppone una non azione fisica, un gesto materiale limitato che invece nella pittura si manifesta in tutta la sua fisicità di esecuzione.

Dalle foto di B., è chiaro il desiderio di sperimentare fotograficamente le sue visioni pittoriche, utilizzare la pittura per capire e meglio conoscere il suo sguardo, affascinato soprattutto dalla possibilità dell’istantanea. Quello che ho percepito leggendo questo volume è un vivo, urgente desiderio del pittore di non dare per scontato la sua arte, ma di volerla spiegare ed approfondire a se stesso, nei suoi meccanismi interiori. Riesce in questo attraverso l’utilizzo della macchina fotografica, che poi lascia in secondo piano, probabilmente per il personale bisogno di toccare con mano la materia. Le sue fotografie tradivano lo sguardo d’artista, rimandando atmosfere sospese e morbide come le sue tele.

Come si dice nell’introduzione al volume fotografico

Se B. lo avesse voluto, sarebbe diventato un grande fotografo ed alcune sue foto lo dimostrano chiaramente, come quella (sulla copertina del libro) scattata nel 1899-1900 che raffigura la moglie Marthe mentre si toglie la camicia vicino ad un albero: con la grazia e la misteriosità tipiche dell’artista, con la strordinaria forza plastica della composizione, questa immagine rivela un sapiente uso del linguaggio fotografico nel trattamento della luce e nel contrasto tra le diverse materie, la carne, la stoffa e la scorza dell’albero, rese con tutta la ricchezza e la freschezza della loro natura intrinseca.

L’arte è fitta di misteri che si intrecciano.

Dafne

Lo statunitense ed il sudamericano (David la Chapelle e Luis Sepulveda)

Nello stesso giorno ho visitato una mostra fotografica di David La Chapelle e ho letto l’intervento di Sepulveda su Repubblica dal titolo “Ora basta show letterari, racconto la strada”. Questa casualità ha avuto il suo peso nel chiarirmi i pensieri.

David La Chapelle: foto enormi, colori forti e contrastanti, contenuti surreali. Immagini oniriche, bizzarre, fino ad arrivare al kitch. Si parla di L.C. come del fotografo della contemporaneità.

Non riesco a trovarlo interessante, perchè se si occupa della contemporaneità lo fa esasperando quello che già sappiamo di essa senza entrare  nelle sue pieghe; viene definito provocatorio ma non lo trovo tale poichè utilizza gli stessi strumenti di ciò che vuole criticare, rimanendo impigliato nella logica di ciò che vuole reinterpretare; se ne dovrebbe discostare, cambiare inquadratura, punto di vista, angolazione; addirittura viene definito sensuale, ma  non ho trovato nessuno dei corpi, da lui fotografati, sensuale poichè le sue immagini non suscitano quella sensazione inesprimibile di ricerca di un altrove ma solo un incauto e irriflessivo mettere in mostra, chiassoso e niente affatto poetico. E’ riuscito in una messa in scena parossistica della società, quando invece ritiene di farne una critica, critica impossibile dato che ne utilizza tutti gli stilemi andando a creare una sorta di circo da spot televisivo, forzatamente eclatante. In sostanza ho avuto l’impressione finale di assistere ad un grandequivoco che mi si è fatto chiaro quando ho nettamente percepito tutta l’inutilità di un enorme ritratto di Naomi Campbell nuda. Una inutilità che rasenta l’ingiustizia, a dimostrazione di quanto l’etica e l’estetica siano  interconnesse e quanto entri in gioco, nel campo delle manifestazioni artistiche, il tema del senso di responsabilità. L’equivoco è quello del confondere la periferia con il centro.

Della mostra di La Chapelle ho apprezzato le fotografie delle composizioni floreali, che rimandano al classicismo. Vasi di fiori per lo più appassiti, eccentricamente combinati, con l’aggiunta di elementi della nostra quotidianità, di oggetti quindi, ma oggetti che per qualche motivo sembrano morti, usati e buttati, offesi. In queste foto ho avvertito l’espressione di un disagio, il voler manifestare un pensiero interiore difficile, che attraverso queste composizioni contrastanti, arriva a toccare le corde dell’osservatore contemporaneo in maniera sotterranea e non plateale come nel resto del suo lavoro. Per questo, a mio parere, L.C. è riuscito ad esprimere autenticamente qualche aspetto della sua interiorità solo attraverso le nature morte, che considero gli unici lavori artistici visti in questa mostra.

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E’ stata la lettura dell’intervento di Sepulveda a farmi capire meglio, per contrasto, le sensazioni ambigue lasciatemi dalla vista delle immagini di La Chapelle ed a farmi comprendere totalmente il significato del ruolo dell’arte e dell’immagine nella società, fra gli uomini. Non solo, si è imposta alla mente anche una frase di D’annunzio (ricordatami recentemente da questo post “La vita è un dono, dei pochi ai molti, di coloro che sanno e che hanno a coloro che non sanno e che non hanno” a monito e testimonianza della necessità della presa di coscienza del valore e del ruolo dell’artista e della sua vita nel mondo.

Sepulveda ci fa scendere col pensiero per strada, allontanandoci dai salotti e dalle parole prive di senso, per avvicinarci ai marciapiedi

ogni giorno che passa mi piacciono di più la vita, la strada, i fatti sociali, perchè trovo che là le parole assolvano ancora una funzione necessaria […] il valore che do alle parole mi ha insegnato che hanno un profondo senso della vergogna e soffrono se usate male

Eccolo il nocciolo della questione, ecco cosa può provocare La Chapelle con le sue immagini: sofferenza, a causa di un mal utilizzo di un mezzo espressivo, forse di mancanza di responsabilità e di coscienza della propria azione.

Senza dimenticare che La Chapelle è considerato un fotografo che fa dell’ironia la sua cifra stilistica, e su questo tema rimando ad un altro interessante post.

Dafne

Il dilemma della fotografia

E’ importante e gratificante leggere considerazioni e pensieri diretti, di chi si è cimentato per tutta una vita in una attività totalizzante che ha rischiesto impegno fisico e spirituale; è il caso di Henri Cartier-Bresson e del suo “L’Immaginario dal vero” – Abscondita editore.

Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge: in quell’istante, la cattura dell’immagine si rivela un grande piacere fisico e intellettuale”

Questa affermazione di Henri Cartier-Bresson riesce, in qualche modo, ad avvicinarmi alle giuste considerazione per risolvere il dilemma che riguarda la fotografia, ovvero se sia Arte oppure no. L’immagine del trattenere il respiro mi porta a pensare che il fotografo (artista?) provi una forte ispirazione,  potente e racchiusa in quell’istante fuggevole che non si ripeterà mai più, e che solo un occhio sempre alla ricerca dell’emozione e del bello, ed uno sguardo non consueto, riusciranno prima ad intuire e poi a catturare con lo scatto.

L’istante ricercato e quindi trovato unirà emozione e bellezza formale e credo che sia questo a dare la cifra artistica al gesto fotografico, ed il risultato potrebbe allora anch’esso essere un’opera d’arte, in virtù di quelle due componenti irrinuciabili che produrranno nell’osservatore un sentimento di sospensione e la possibilità di percepire il mondo da un’angolazione del tutto nuova, a volte straordinaria, e che consentiranno la sperimentazione di non ordinari movimenti interiori per noi che osserviamo il risultato finale.

La mia passione non è mai stata per la fotografia in sè ma per la possibilità, dimentichi di sè, di registrare in una frazione di secondo l’emozione procurata dal soggetto e la bellezza formale, cioè una geometria svelata da quello che ci si offre”.

Fotografare, è noto, significa scrivere con la luce e la macchina fotografica è da considerarsi uno strumento al pari di pennelli o scalpello; certo più sofisticato e che ha già in sè delle potenzialità. A maggior ragione la differenza nei risultati sarà data da chi agisce con lo strumento in mano: quando le doti tecniche si uniscono all’intenzione di una continua ricerca e alla consapevolezza del  bisogno espressivo che preme dall’interiorità, ecco che nasce il gesto artistico.

In questo senso la fotografia potrà essere opera d ‘arte, ovvero nella misura in cui il risultato dello scatto derivi dalla sintesi di un vivere artistico che coinciderà col saper guardare negli interstizi delle coscienze e delle azioni altrui, o della vita che si dipana per le strade o di un paesaggio immobile.

Per me fotografare è un modo di capire che non differisce dalle altre forme di espressione visuale. E’ un grido, una liberazione. Non si tratta di affermare la propria originalità, è un modo di vivere“.

Si potrebbe obiettare, ed è questo il dubbio, che con la fotografia non si ha vera creazione, ma esatta riproduzione della realtà; del resto poco importa se riesce a smuovere nell’osservatore sensazioni poetiche, altrimenti recondite e inerti nella profondità dell’animo.

Ed ecco un’ultima sofisticata considerazione di Cartier-Bresson che ci svela la sua complessità di pensiero convincendoci che immaginazione e gesto fotografico agiscano in lui all’unisono ed in sincronia con il suo stesso vivere senza, peraltro, la preoccupazione di fare o meno Arte.

In fotografia esiste una nuova plastica, in funzione di linee istantanee; noi lavoriamo nel movimento come in un presentimento della vita, ed è nel movimento che la fotografia fissa l’attimo dell’equilibrio espressivo […] ma tutto questo può essere fatto a velocità di roflesso che così ci tiene fortunatamente alriparo dalla pretesa di fare dell’Arte”.

Forse, alla fine delle considerazioni, non deve persistere nessun dilemma, che deve lasciare il posto ad una mente aperta pronta a ricevere ed istintivamente, anche col cuore, distinguere.

Dafne

Nudo artistico con pesce

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Non si rimane indifferenti nel guardare questa immagine. Ma dobbiamo bene capirne il perchè. La sensazione che suscita non è netta, e lascia insoddisfatti, in sospeso. Forse si tratta di un’immagine non onesta, ma non è detto che sia così. 

E’ una bellissima fotografia, in bianco e nero, scattata dal fotografo italiano Gian Paolo Barbieri , l’immagine è studiata, ricercata, volutamente ambigua, chiaramente attraente se non altro per la stranezza del gesto del modello. Che è nudo. E’ vero che era il 1999 e che Gian Paolo Barbieri ha realizzato molti altri bellissimi scatti di nudo sia maschile che femminile, ma questo non impedisce di provare a fare osservazioni su questo tema.

Il tema del nudo, del nudo maschile, è assai interessante da sviscerare soprattutto se consideriamo l’inflazione di quello femminile. Ed è interessante il cercare di capire come viene di volta in volta rappresentato e le impressioni che ci suscita. In particolare questa immagine racchiude in sè alcune delle contraddizioni, dei dubbi e delle insicurezze che ne compromettono una sua chiara rappresentazione.

Sarebbe importante, quando guardiamo un nudo maschile, non avvertire una impressione di falsa reticenza, quanto piuttosto osservare un’immagine che non lasci adito a dubbi; ad esempio in questo caso, non si è riusciti a dire chiaramente che il protagonista di questa foto voleva essere il sesso maschile, però non si è riusciti a rappresentarlo, solo a evocarlo. Inoltre la possibilità seduttiva del corpo dell’uomo è  sminuita, resa farsesca dalla presenza dell’animale. In questo modo si contrappone, concettualmente, il ruolo ed il significato del corpo maschile a quello femminile, quando in natura, nei corpi in sè, questa differenza non c’è, e se la percepiamo è perchè ci è stata imposta da una mentalità “di genere”.

L’arte contemporanea, in particolare quella fotografica, potrebbe essere un mezzo per allontanarci da questo equivoco e mettere in evidenza la totale affascinante uguaglianza delle due potenzialità espressive, che certamente avranno una loro diversità comunicativa.

Questa immagine ad un primo impatto ci lascia stupiti o perplessi per la commistione di specie (l’uomo e il pesce) e viene da chiederci subito il significato di questo strano accoppiamento. E’ proprio insolito, bizzarro ma non audace. Si può anche provare un certo fastidio per un senso di non riuscito, per un senso di mancanza di un qualche cosa che potrebbe essere il coraggio, o la sincerità. O per una manifesta volontà di ironia fuori luogo. Perchè non mostrarci l’uomo di fronte, in tutta la sua forte presenza? Perchè far ciondolare la coda dell’animale fra le gambe dello scultoreo modello? Perchè voler sminuire l’impatto sensuale di un nudo maschile? Perchè indurci ad una sensazione che si trova ai limiti fra ridicolo e paradosso? Forse perchè si tratta di un uomo che ritrae un altro uomo, e proprio questo potrebbe rappresentare il limite, che deriva da una impossibilità di scoprirsi emotivamente, di riconoscere le proprie vere intenzioni. Voler sviare il pensiero dell’osservatore dal nucleo centrale che concerne il tema del mistero della naturalità (il corpo nudo) che diventa fascinazione, tema mai occultato quando il nudo è femminile. Ma potrebbe anche non essere così.

Ciò che è certo è che se lo scatto fosse stato fatto di fronte, con l’uomo che solleva l’animale con le braccia, l’effetto sarebbe stato più dirompente e concreto. Questa immagine, certamente ineccepibile, rimane astratta, estranea alle possibili suggestioni che il nudo artistico, una posa, possono suscitare. Ma potrebbe anche essere che l’autore, in questo caso, cercasse proprio questo.

Dafne

Nuovi modi di fare arte: la “Galerie le mur blue”

Nuovi modi di fare e proporre arte nelle nostre città. Intendendo per arte il voler esprimere la propria individualità e la personale lettura del mondo che ci circonda comunicandolo agli altri con mezzi e modi del tutto originali e spontanei, scevri da qualsiasi regola o forma con cui siamo abituati a veder proposta l’arte.

Potrebbe trattarsi di un  nuovo fenomeno artistico che riesce ad infrangere la resistenza – dettata dai rassicuranti codici tradizionali – verso più attuali forme di comunicazione nel campo dell’arte, maggiormente coerenti con i tempi che viviamo, e che agiscono in modo diretto nei luoghi di vita vissuta.

Qui non interessano le quotazioni o i vernissage, non interessa sapere chi è l’autore, dove vive, quando è nato. Chi espone alla “Galerie le mur blue” vuole comunicare, esprimere la propria esperienza, far porre domande a chi riesce a soffermarsi a guardare. Sì, perchè questa nuova modalità di esposizione ci coglie così impreparati che passando davanti alla “galleria”, costituita da una vecchia staccionata azzurra, si rischia di vedere e non guardare.

Ma la posizione è strategica: siamo in una piazza del centro di una città di medie dimensioni, per cui gli abitanti – presumibilmente – passerranno più e più volte da lì, e prima o poi oltre che vedere guarderanno anche, perchè questa installazione è in continua progressione, si allarga quasi quotidianamente.

Vi troviamo opere di varia natura: qualcuno provoca la nostra riflessione con suggerimenti tipo poesie, citazioni e moniti di un vissuto quotidiano quali tazzine di caffè o liste della spesa.

C’è chi ci parla di un suo vissuto attraverso un susseguirsi, che diventa sovrapposizione, di immagini fotografiche dalle forti e molteplici suggestioni che danno luogo ad un effetto caleidoscopico, dove non sono le forme che cambiano attraverso i movimenti, ma è il pensiero di chi guarda che viene indotto ad un movimento interno per le svariate composizioni mentali che si possono creare in ciascun passante/osservatore. Ecco quindi che la ricerca e l’espressione personale diventano efficaci nel risvegliare l’attenzione e nel condurre ad una osservazione riflessiva che può diventare introspezione.

C’è chi ci induce  a soffermarci sul posto, in osservazione, per l’effetto ipnotico della ripetizione di una immagine che non si manifesta subito chiaramente, richiedendo una sosta più attenta.

Il valore aggiunto e insito in questa installazione, deriva dalla semplicità sia dei materiali utilizzati che delle azioni necessarie a realizzarla, oltre che dalla familiarità del luogo dove si trova.

Semplicemente sorprendente.

Dafne