teatro

Fantastico inaspettato teatro

E’ inaspettato, perchè è di giovedi ed il biglietto si acquista sul momento al costo di una proiezione cinematografica. Ma è teatro. Sarà che in questa città di provincia per quanto culturalmente significativa non accadono cose così, inaspettate appunto.

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Winter è una pièce teatrale scritta da John Fosse, considerato il massimo scrittore e drammaturgo norvegese vivente. Già questo è interessantissimo: l’incursione della Norvegia in una tranquilla città della mite Toscana. Il regista Oskar Korsunovas è conosciuto in tutto il mondo. Questi due grandi nomi spalancono le porte ad una intensa rappresentazione teatrale di grandissima qualità e di forte impatto emotivo in una normalissima serata di fine inverno, proponendosi senza clamori ed affidandosi all’intuito del potenziale spettatore che passa davanti alla locandina affissa lateralmente al Teatro, dato che lo spettacolo si svolgerà non nella sede teatrale principale, ma in quella secondaria. In realtà ci sentiamo dei privilegiati noi che siamo lì, in questo non grande teatro, con solo la platea ed il palco – e quindi gli attori – a ridosso delle nostre teste.

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I due attori – bravissimi -sono talenti italiani; la donna è lituana naturalizzata italiana, l’uomo è addirittura della stessa città di provincia che ospita lo spettacolo. E così, in un’ora di spettacolo, ogni provincialismo è bandito: Lituania, Norvegia, Italia, mostri viventi della drammaturgia e giovani attori premiati dai loro anni di studio.

Lo spettacolo è entusiasmante per come riesce ad entrare fra le pieghe dell’umano sentire per poi enucleare le recondite motivazioni del vissuto. E’ teatro puro, vivido, come carne viva. E’ teatro all’ennesima potenza: non solo le parole scandagliano gli avvenimenti interiori, le motivazioni estreme; a queste si aggiunge – esaltando potentemente il contenuto e l’espressività – la rappresentazione vera e proprio, ovvero la fisicità degli attori che si muovono nello spazio, fra la scenografia. Il corpo narra quanto e più delle parole. Il teatro è parola – corpo – spazio – fuori dall’ordinario. Al teatro la parola , il corpo e lo spazio possono essere utilizzati sfruttando la genialità dei registi e dei drammaturghi che riescono e possono osare oltre le convenzioni delle parole, del corpo e dello spazio stessi.

Solo così, grazie a questa arte della drammaturgia, il tema esistenziale viene scandagliato a profondità a cui non si potrebbe altrimenti arrivare. E ci tocca interiormente, in una normale serata di fine inverno, durante un’ora di spettacolo intensissimo.

Dafne

Winter

“uno stanco uomo d’affari incontra una donna nel parco di una città. Bella, scapigliata e strana, lei rappresenta un enigma al quale è difficile resistere. Lui la porta nella sua camera d’albergo e intreccia con la donna una relazione appassionante. Questa commedia esplora un incontro tanto ordinario quanto estremo”.

Testo teatrale John Fosse

Regia ed ideazione scenica Oskar Korsunovas

Attori : Ruta Papartyte e Marco Brinzi

“Non si sa come” Pirandello ancora ci parla

Un dramma in tre atti, pochi personaggi, parole cristalline che aprono uno squarcio sulla vita interrompendone la linearità.

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E’ un attimo e, “non si sa come”, la prospettiva cambia. Cambia così tanto che al termine del dramma anche lo spettatore comicia a pensare che il confine tra sogno e realtà sia davvero sottile, o per dirla in modo ancora più vicino al pensiero del drammaturgo che i nostri atti, quelli “irriflessivi” e perciò distanti dalla coscienza, agiscono sulla nostra vita come possono fare i sogni, sottilmente, subdolamente.

E’ un modo per giustificarsi o per entrare in veri dilemmi esistenziali?

La realtà (i nostri atti) sono, a volte, come i nostri sogni, cioè inevitabili, indipendenti dalla nostra volontà. E allora: cosa è la volontà? E la coscienza?

Queste le domande che Pirandello ci fa porre.

Esiste un io che poco conosciamo e poco dominiamo e che può manifestarsi improvvisamente, agire strisciante, o non palesarsi mai. Dipende dai casi della vita.

Questa opera mette in scena la labilità dell’essere in modo profondo e semplice come solo un genio può fare.

Nello specifico la trasposizione del regista Federico Tiezzi e dei bravi attori, come delle ottime scenografie ci hanno fatto vivere il vero teatro e sentire la sana lontananza dai siparietti luccicanti e vuoti della televisione e di tutto ciò che gira attorno ad essa o dalla pretenziosità di un certo cinema.

Il vero teatro è pazienza ed intima riflessione.

Dafne

La Scena di Cristina Comencini

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Intelligente e veloce la commedia di Cristina Comencini.

Attraverso l’equivoco ed il senso dell’assurdo ha messo in scena le fragilità e le contraddizioni della vita degli uomini e delle donne. In modo arguto ed acuto, strappando al pubblico risate ed applausi, nonchè silenziosi momenti di riflessione.

Non solo: il complicato modo di relazionarsi dei due sessi, fra pregiudizi e falsi miti, è ben sviscerato, e rovesciato.

Difficile da spiegare, da raccontare nel dettaglio, a dimostrazione dell’originalità e della profonda (seppur non pesante) messa in scena di idee e sentimenti.

La fine dello spettacolo è stata una festa: applausi scroscianti, attori e regista grati al pubblico e sinceramente felici del successo della loro prima nazionale.

Da vedere.

Dafne

(con Angela Finocchiaro, Maria Amelia Monti e Stefano Annoni)

MaggioDanza – I quattro temperamenti e Notte trasfigurata

Il MaggioDanza ha recentemente messo in scena le coreografie di due mostri sacri della danza del Novecento. Si tratta del coreografo di origine russa George Balanchine (San Pietroburgo 1904 – New York 1983) e della coreografa tedesca Susanne Linke (Berlino 1944).

E’ un dato di fatto che gli eventi che riguardano la danza non creino mai l’aspettativa nè suscitino il clamore tipico di altri settori delle arti. Deve trattarsi di un vizio culturale, frutto di una educazione non completa, dato che la danza può davvero toccare le innate corde artistiche di ciascuno essendo un diretto linguaggio del corpo. Corpo, musica e spazio. Niente di più immediato e comprensibile.

I due pezzi proposti – I quattro temperamenti e Notte trasfigurata – della durata di poco più di mezz’ora ciascuno, sono stati così ricchi ed appaganti da far pensare di aver trascorso al teatro una giornata intera. Interessante anche il fatto che le due coreografie si differenzino l’una dall’altra sia per lo stile espressivo che per la forza ispiratrice.

I quattro temperamenti di George Balanchine

Malinconico, sanguigno, flemmatico, collerico: ecco i quattro temperamenti umani definiti dalla scienza medica medievale ed in cui possiamo specchiarci di volta in volta.
Il balletto messo in scena è una rappresentazione coreografica di queste 4 categorie. E’ totalmente messa in atto la creatività artistica del coreografo, che attraverso lo studio della capacità espressiva del corpo riesce a trasmettere allo spettatore il significato più interiore dei quattro tipi caratteriali.

Ci immedesimiamo. Veniamo condotti verso uno spazio astratto di cui certamente non facciamo esperienza nella vita quotidiana, si verifica una sorta di rapimento delle nostre menti. Si tratta di una breve incursione nei mondi inesplorati della possibile espressività umana. Non possiamo che rimanerne ammaliati perché partecipiamo ad un crearsi di impressioni ed emozioni grazie ai movimenti di corpi di uomini e donne in carne ed ossa, esattamente come lo siamo noi. Sentiamo tutto il valore aggiunto della danza, che e’ la fisicita’.

Non si può negare l’efficacia di questa forma espressiva: comprendiamo appieno, intimamente e direttamente i diversi temperamenti, più delle tante parole che servirebbero a spiegarli, anzi si tratta di un linguaggio che opera su di noi ad un altro livello e che va oltre al contenuto.

E’ un evento mettere in scena “I quattro temperamenti”, se e’ stata considerata la più importante coreografia del Novecento ed è stata rappresentata per la prima volta a New York nel 1946. Si tratta di una pietra miliare nella storia del balletto che fu così traghettato dalla neoclassicismo alla modernità.

Fu una vera e propria ricerca quella di Balanchine, la ricerca dell’essenza della danza che lo portò a concepire un modo di danzare nuovo sia negli aspetti tecnici che in quelli espressivi. La danza di Balanchine e’ puro movimento e corporeità, non lascia spazio all’espressività propria del
danzatore, alla mimica facciale o all’enfasi. I movimenti sembrano fluire indipendemente dalla volontà, la forza evocativa è notevole. Questo è possibile anche in virtù delle innovazioni tecniche operate da Balanchine che rivede e modifica le regole canoniche della danza pur non abbandonandole.

E’ uno stile  cristallino, puro, non inquinato da sovrastrutture personali o culturali. Una vera innovazione della forma espressiva. Lo si capisce anche dalla scelta dei costumi ridotti a body neri per le danzatrici e a t-shirt bianche e calzamaglie nere per i danzatori. Così dai corpi può emanare tutta la poetica.

Notte trasfigurta di Susanne Linke

Sono le parole della coreografa che ci fanno comprendere la sua ispirazione: “Wo die Loìiebe hinfallt. Questo è un proverbio tedesco. Significa: che scherzi fa l’amore. Ispirandomi al significato di questa espressione, ho provato ad immaginare coppie in cui l’amore segue un suo corso, che noi non vogliamo o non abbiamo immaginato. Può accadere a tutti noi! Dall’altro lato…noi non smettiamo di sognare un amore eternamente felice”

Il lavoro di Susanne Linke si svolge tutto sull’espressività dei danzatori, che attraverso il corpo devono restituire un’esperienza precedentemente interiorizzata. L’indagine della coreografa avviene a livello intimo ed emozionale e non solo sul piano esteriore, estetico, del movimento. Ritiene infatti che la possibilità di espressione corporea sia la strada per raggiungere la conoscenza del proprio essere, come se attraverso la danza il corpo si potesse liberare dal dominio della mente. Potrebbe trattarsi quasi di una teoria filosofica. Si può parlare di danza espressionista: l’interiorità esce prepotentemente, con enfasi, carica di turbamento, e si incoraggia la ricerca espressiva individuale del danzatore.

Nella Notte trasfigurata il tema è l’amore come motore di ricerca individuale della propria spiritualità, nelle sue sfumature e nella sua universalità: in una notte illuminata dal plenilunio una coppia di amanti si rivede dopo che la donna ha confessato di attendere un figlio da un altro uomo. Vengono così messe in scena le forze che dirompono quando le passioni superano la logica dei possibili accadimenti, e le istintive disperazioni e lacerazioni umane si fanno strada da sole, senza intermediari. Susanne Linke ama trarre ispirazioni dalla vita, sentendo sempre un collegamento tra la danza e la vita:

“E’ compito dell’artista astrarre dalla propria esperienza personale e dal proprio modo di leggere l’esistenza qualcosa che sia universale”

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I due balletti mostrano due diverse modalità di concepire l’arte della danza, concezioni diverse che attraggono in ugual misura, magneticamente, verso astrazioni espressive irrinunciabili (come la poesia) per non soccombere alla sola concreta realtà.

Dafne

“Sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello regia di Giulio Bosetti

Finzione e realtà, uomini e personaggi, fantasia, illusione del momento vissuto, vite vere e vite verosimili, parole ed incomunicabilità. Tante sono le sottili questioni che pone Pirandello all’uomo d’arte e all’uomo in genere con questa commedia che ancora, dopo quasi cento anni, avvertiamo come nuova ed originale.

La messa in scena di Giulio Bosetti è di grande soddisfazione per l’assoluta rispondenza al testo fin nei minimi dettagli. Non è cosa da poco in periodi come questi, quando ciò che non è contemporaneo, o in qualche modo attualizzato, viene spesso considerato anticaglia. Prova di coraggio e di aver creduto fino in fondo all’attualità del testo. Gli attori sono bravissimi a esplicitare sapientemente tutte le sfumature caratteriali dei personaggi.

 

Certo la trama del dramma non ci scandalizza o stupisce come può essere accaduto il 10 maggio 1921, giorno della prima rappresentazione al Teatro Valle di Roma. Ma la singolarità dell’idea, e la sottile commistione fra tragedia e commedia è tuttora affascinante a conferma di una genialità che non risente dei tempi.

Pirandello, nella prefazione al testo, ci spiega la sua visione dell’atto creativo, e la sua personalissima esperienza creativa di quando gli si sono presentati alla mente i 6 personaggi a cui, suo malgrado, ha dato vita propria, realizzando come da sue parole “..questo novissimo caso d’un autore che si rifiuta di far vivere alcuni suoi personaggi, nati vivi nella sua fantasia, che non si rassegnano a restare esclusi dal mondo dell’arte, […] avvenendo così un misto di tragico e comico, di fantastico e di realistico, in una situazione affatto nuova e quanto mai complessa..”

Questa commedia di Pirandello è più che la rappresentazione di un fatto, ci svela infatti i processi della creazione, come se ne potessimo vedere in qualche modo gli ingranaggi, rivelando alcuni segreti dell’arte del teatro e suggerendone la contaminazione con la realtà vissuta; percepiamo la commistione tra arte e vita, ispirazione e concretezza.

Il mistero della creazione artistica è il mistero stesso della nascita naturale. […] Così un artista, vivendo, accoglie in sè tanti germi della vita, e non può mai dire come e perchè , a un certo momento, uno di questi germi vitali gli si inserisca nella fantasia per divenire anch’esso una creatura viva in un piano di vita superiore alla volubile esistenza quotidiana.”

 

Dafne

regia Giulio Bosetti
movimenti mimici Marise Flach
costumi Carla Ricotti
musiche Giancarlo Chiaramello

I personaggi della commedia da fare
Il Padre Antonio Salines
La Madre Paola Rinaldi
La Figliastra Silvia Ferretti
Il Figlio Michele Di Giacomo
Madama Pace Marina Bonfigli

 

Gli attori della compagnia
Il Direttore-Capocomico Edoardo Siravo
La Prima Attrice Cristina Sarti
Il Primo Attore Elio Aldrighetti
La Seconda Donna Anna Canzi
L’Attrice Giovane Caterina Bajetta
Un’Altra Attrice Alessandra Salamida
L’Attor Giovane Daniele Crasti
L’Attore-Segretario Vladimir Todisco Grande
Il Suggeritore Vladimir Todisco Grande
Il Direttore di scena Mario Andri
Il Macchinista Gregorio Pompei

 

“Otello” Balletto di Roma – coreografie Fabrizio Monteverde

Otello, interpretato dal bravo Vincenzo Carpino, è grandissimo, statuario e si offre al pubblico completamente nudo all’inizio dello spettacolo, forse ad anticipare la passionalità dell’azione che sfocerà in tragedia. La scelta del coreografo arriva allo scopo: impressionarci istantaneamente, non per gradi e senza farci ragionare, per la forza fin troppo esplicita di quell’immagine. Si può riflettere su quanto possa essere eccessiva la chiara scelta ad un richiamo subito erotico, come se anche nella danza si fosse insinuata la precipitosità espressiva dei tempi che stiamo vivendo.

Allo stesso modo l’intera coreografia è improntata su una forte fisicità, soprattutto maschile, dove la donna è asservita all’uomo, i suoi movimenti ne dipendono. Tutto questo, e la sensazione che ne deriva, è funzionale a farci intuire la trama della tragica vicenda a tre (Otello-Jago-Desdemona), cosa non facile trattandosi di un balletto. La sensualità delle danze e della musica rende evidente il filo conduttore della storia, ovvero la dipendenza psicologica fra i tre personaggi, e le reciproche e recondite passioni.

La principale osservazione da fare sul Balletto di Roma, e sulle coreografie moderne in generale, è che spesso si cammina sul sottile confine tra atletismo ed arte. Anche durante questo spettacolo, a volte, pare di assistere a prestazioni fisiche, prodezze atletiche e non veniamo emotivamente coinvolti: ci concentriamo sui corpi, sui movimenti, notiamo la bravura e la perfezione di esecuzione di ballerini e ballerine, con sguardo ammirato ma distaccato. E’ solo quando non ci accorgiamo più di gambe e di braccia, e non pensiamo più alla loro capacità di esecuzione, che i ballerini stanno veramente esprimendo il loro essere artisti: siamo coinvolti, ci sentiamo in mezzo a loro, partecipi di un unico insieme fatto di musica, movimento e spazio ed altri elementi che non riusciamo più a distinguere gli uni dagli altri. La mente è libera, la nostra percezione è cambiata e sganciata dal tangibile, riceviamo moltecipli suggestioni di cui non sappiamo con precisione l’origine. Assistiamo al tutto dimenticando la nostra parte razionale, infatti è qualcos’altro che ci consente di godere dell’espressività della danza, quando questa riesce a regalarci delle sincere emozioni.

L’ “Otello” del Balletto di Roma ha avuto degli alti e dei bassi: ci sono stati momenti di freddezza esecutiva, ma nell’insieme ha prevalso l’enfasi artistica che si è benissimo accompagnata a quella delle musiche di Dvorak. Le scenografie e le luci hanno amplificato l’atmosfera da dramma: rosso e nero i colori prevalenti. L’originale ambientazione sulla banchina di un anonimo porto di mare, sta forse a rappresentare l’imprevidibilità delle situazioni, la non conformità, l’inconsuetudine, la possibile violenza delle azioni, il luogo delle diversità, così come è diverso il nero Otello.

Bellissimo il finale, quando il palco è apparso per metà coperto da un drappo rosso e Desdemona, seminuda e morente, viene inutilmente sorretta e pianta da Otello, pentito e disperato.

La danza riesce, spesso più di altri mezzi espressivi, a mettere in scena in modo convincente ed emozionale le più significative opere creative che narrano di forti vicende umane, per il fatto di essere linguaggio corporeo, non mediato dalla parola, quindi più diretto, originario.

LIMON DANCE COMPANY

La compagnia di danza “Josè Limon Dance Company” è stata fondata a New York nel 1946 da Josè Limon. E’ nata quindi in un momento di passaggio, quando la danza diventa forma di espressione innovatrice dando così luogo alla modern dance, e affrancandosi dai codici del classicismo.

Lo spettacolo consisteva in 4 performance.

Due di queste hanno risentito di una forzatura, dovuta all’aver accostato la musica settecentesca all’espressione corporea, dando luogo, più che a uno spettacolo di danza, ad un leggero racconto teatrale. In sostanza mancava la forza espressiva che lo spettatore del balletto si aspetta, portandolo a seguire una serie di passi ben congegnati ma privi di emotività.

Le altre due perfomance, invece, sono risultate interessanti.

Nella prima, “There is a time”, il tema pricinpale è il cerchio che si scompone e ricompone ad evocare lo scorrere del tempo, e la caratteristica esecutiva di questo brano è la virilità: potenza ed eleganza che nella danza diventano un connubio affascinante, di una bellezza non necessariamente dirompente; infatti non si viene qui trascinati in un coinvolgimento adrenalinico (come a volte noi spettatori pretendiamo), ma in un soddisfacimento visivo e mentale più sottile e penetrante.

L’altra perfomance sono le “Cinque evocazioni di Isadora Duncan”. Il fascino di questi cinque pezzi interpretati da cinque danzatrici diverse, deriva anche dagli effetti simbolici della coreografia, dalla armoniosa corrispondenza dei movimenti con la musica, dagli abiti semplici e leggeri che ricordano il peplo dell’antica Grecia, e dai veli colorati che sinuosamente si animano e prolungano il corpo e le braccia delle danzatrici accentuando la libertà e l’espressività dei movimenti. Ad esempio il brano intotolato “Menade” racconta delle Menadi, donne (dette anche Baccanti) dell’antica  Grecia  in preda alla frenesia estatica e invasate da Dionisio, il dio della forza vitale. In questo caso la danzatrice indossa un leggero abito rosso e tiene in mano un lungo velo rosso che amplifica la vitalità e la forza naturale dei sui movimenti, coinvolgendoci nella danza.

Nell’insieme, forse, lo spettacolo ha mancato di coerenza ed a volte è apparso più cervellotico che emozionale, ma è sempre interessante poter assistere a simili spettacoli, lasciar scorrere libere le impressioni e poi ricomporle in modo critico.

Dafne

Limon Dance Company

Direzione Artistica
Carla Maxwell
 Direzione Artistica Associata
Roxane D’orleans Juste
La Compagnia
Kathryn Alter, Rapha¸l Bouma¿la, Durell R. Comedy, Roxane D’Orléans Juste*, Kristen Foote,
Jonathan Fredrickson, Logan Kruger, Ashley Lindsey,
Belinda McGuire, Dante Puleio, Francisco Ruvalcaba, Daniel Fetecua Soto, Robin Wilson

” I Masnadieri” Schiller – regia di Gabriele Lavia

Un trattato filosofico messo in scena, di straordinaria efficacia. Tramite le parole dei personaggi si parla di Natura, Destino, Legge, Amore e delle forze opposte che agiscono nell’uomo. Ciascuno dei personaggi della tragedia ci fa porre domande su uno dei grandi temi.

I personaggi sono  Karl e Franz, fratelli; il loro padre Maximilian Conte di Moor; Amalia, la donna amata da entrambe i fratelli.

Il promogenito Karl, prediletto dal padre, ha velleità di rivoluzionario, è intenzionato a cambiare il mondo, non crede nella Legge e per questo si allontana dalla famiglia, salvo, successivamente, chiedere perdono e voler tornare dal padre e dalla sua amata Amalia.

Il fratello Franz, si sente ingiustamente colpito dalla Natura inquanto secondogenito e, oltre che essere esteticamente poco accettabile, sa che suo fratello è preferito dal padre. Inoltre è segretamente innamorato di Amalia, la donna del fratello.

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Il padre, inconsapevolmente, in effetti ha una specifica affinità con Karl, preferendolo a Franz.

Questo è il nodo centrale, ma raccontare la trama non è comunque sufficiente a spiegare la complessità della situazione, e le sfumature che caratterizzano i pensieri dei protagonisti, in particolare Karl con il suo problematicissimo itinerario che mette in evidenzia tante fragilità umane.

Ecco alcune parole di Franz : “Non sono la carne o il sangue, è il cuore che ci rende padri e figli…” e ancora “Ho ottime ragioni per essere in collera con la natura e le farò valere..Perchè non sono strisciato per primo fuori dal ventre di mia madre? Perchè non sono stato il solo? Perchè mi ha imposto il fardello di questa ripugnante bruttezza?…” “Voglio distruggere tutto ciò che mi impedisce di essere il padrone. E devo diventare il padrone per ottenere con la forza ciò per cui l’amabilità mi manca”.

Ecco, dalle sue parole si capisce bene che Franz vuole agire modificando ciò che la Natura ha deciso per la sua esistenza. Il gesto è quello di far credere al padre che il prediletto Karl ha disonorato  il nome di famiglia facendo in modo di farlo ripudiare. Questo, proprio quando Karl sta decidendo di tornare a casa, dopo aver sperimentato l’inutilità delle azioni di forza. Queste le parole di Karl: “All’ombra del mio bosco paterno, tra le braccia della mia Amalia mi attrae un piacere più nobile..”

Il gesto inconsulto di Franz farà precipitare tutti verso una immane tragedia, come a dire che il sovvertire le regole di Natura non può che portare catastrofe e quando l’intelletto si affina lo fa a spese del cuore.

La giovane compagnia diretta da Gabriele Lavia ha dimostrato di recitare con una grande forza emotiva, capace di coinvolgere il pubblico, incantandoci nei riuscitissimi monologhi. Molto interessante la recitazione degli attori che impersonano i due fratelli, assai convincente e coinvolgente anche per l’attenzione posta alla specifica postura e modo di muoversi di questi due protagonisti amplificandone così la forza epressiva, e rendendoli personaggi a tutto tondo.

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Il fatto che la tragedia di Schiller sia stata ambientata da Lavia negli anni ’80, dimostra la certa attualità delle tematiche, dimostrandone l’universalità, e la necessità di interrogarci ancora oggi su questioni morali che dovremmo sentire insite nella natura dell’uomo e quindi presenti in ogni tempo.

Una messa in scena di questo tipo è assai più dirompente nell’immaginario di giovani e adulti, di pagine e pagine di dissertazioni su questi temi. Da mettere assolutamete in evidenza la povertà della scenografia: una poltrona, un lungo tavolo, il candeliere, la vestaglia rossa, qualche chitarra; tutto questo non fa che aumentare la suggestione e parlarci di vero teatro.

“Chitarra mai da sola” – quintetto musicale

Cinque giovani affermati musicisti regalano un’ora di piacevole ed interessante musica su partiture non ancora ascoltate in Italia.

Fabio De Ranieri chitarra, Roberto Cecchetti e Laura Sarti violini, Mirko Masi – viola, Giuseppe Cecchin – violoncello

Si tratta di “Cinco Oliverians” di M.D. Pujol (1957) e “Concerto per chitarra ed archi” di M. Barsotti (1963), due compositori viventi di cui uno italiano.

Questo a dimostrazione di quanto ci sia da scoprire nel campo delle arti contemporanee, ed in questo caso della musica. Da apprezzare la ricerca del gruppo nell’eseguire partiture nuove, molto apprezzate ed applaudite dal pubblico presente nella sala di un centro culturale in una città di provincia. Non dimentichiamoci, quindi, di porre sempre molta attenzione agli eventi artistici e musicali organizzati nelle nostre città, spesso si tratta di veri professionisti, entusiasti, le cui esibizioni non vanno assolutamente perse.

Non è frequente poter ascoltare un concerto di chitarra ed archi, la musicalità è molto particolare, vibrante, ricca di sfumature, comunque da approfondire e riascoltare.