pittura

Estemporanea d’arte in città

Fa sempre un certo effetto vedere gli artisti mentre lavorano, osservare l’opera che lentamente si definisce.

Ognuno, poi, ha il suo metodo: chi traccia prima degli schizzi a lapis, chi no; chi quando inizia deve finire e chi invece si prende pause; chi ha già deciso tutto prima e chi invece improvvisa colori e segni sul momento.

E’ stato possibile osservare queste affascinanti differenze di  modalità di lavoro una mattina nella città di Lucca, grazie ad una “Estemporanea d’arte”.

Mi sono concentrata sui lavori di Fabrizio Barsotti e di Michaela Kasparova, artisti presenti su http://www.livinart.it – la galleria d’arte esclusivamente on line.

Ecco due piccoli fotoracconti!

Occasioni da non perdere..

Dafne

Open Studios

Nella città di Lucca, come  immagino accada in altre città d’arte, in certe giornate gli artisti aprono i loro studi, gli Atelier.

Sabato 20 giugno è stata una di quelle giornate. Un modo di avvicinare l’arte al nostro pensare quotidiano.

Entrando in uno di questi atelier troviamo un’aria diversa, sono luoghi nuovi, non sono negozi, non sono laboratori. L’artista che ci accoglie si manifesta già attraverso il suo ambiente, entriamo ed è come se già lo conoscessimo, ha il piacere e la voglia di svelarsi attraverso le sue opere e le sue cose.

E se avessimo l’occasione, l’opportunità, la fortuna di poterci portare a casa un’opera,  quell’atmosfera rimarrà  lì, attorno a quell’opera ovunque la porteremo.

Alcuni artisti presenti su Livin’Art partecipano al Progetto Open Studios (un sabato al mese da maggio a dicembre)

infatti è stato possibile  vedere gli acquerelli di Fabrizio Barsotti direttamente nel suo atelier della caratteristica Via del Fosso

 

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e le  sculture di Andrea Bucci nella Via San Andrea a ridosso della famosa Torre Guinigi

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e ancora le  fotografie di Alessandro Giuliani nel contesto dello storico Mercato del Carmine

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Ciascuna di queste strade e ciascuno di questi luoghi meriterebbe un racconto a sè, che non tarderà ad arrivare

 

Dafne

Piccola Milano, ricca di “amore e psiche”

E’ stato tutto una sorpresa: arrivare a Milano e sentirla piccola e semplice, guardare il Duomo grigio-rosa, bellissimo, e non sentirlo incombere. Percepirlo, invece, discreto, misurato pur con le sue guglie, il suo gotico, e lo spingersi verso l’alto. Pensavo a Milano in modo diverso prima di trovarmici.
L’atmosfera tranquilla, quasi ovattata, i movimeti lenti delle persone e dei mezzi davano un’impressione di pazienza e accettazione.

La fila di persone davanti a Palazzo Marino era proprio così, paziente e compiaciuta dell’opportunità di potersi trovare, di lì a poco, di fronte ad Amore e Psiche del Canova ed alla Psychè et l’Amour di Francois Gerard.

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La perfezione, l’armonia ed il senso di eternità di” Amore e Psiche stanti” si intuiscono in virtù della loro compostezza, delle linee combacianti e dello spazio occupato, dalle due figure,  in modo netto e raccolto, composto. E’ questo, credo, che dà senso di infinito, di una coscienza senza tempo; da tale impressione si è rimandati all’idea che la scultura che vediamo e ciò che riesce a trasmetterci sarà vero e valido per sempre. L’immortale Amore è umanizzato, credibile, vicino a noi e la mortale Psiche consegna la sua anima (la farfalla) nella mano di Amore da lei sorretta, tenuta, nella piena consapevolezza del reciproco trasformarsi. La naturalezza del gesto e delle espressioni dei volti incantano.

La visione del Gruppo scultoreo è suggestiva, appare leggero e morbido, il marmo riluce nel quasi buio della sala, lo sguardo è catturato e si è spinti alla contemplazione ed al silenzio; siamo davanti ad un mito, si avverte pienamente.

La bellezza di “Psyche et l’amour” di Gerard sembra derivare dalla perfezione, dalla pura sensualità dei corpi, dalla raffinatezza della rappresentazione del mito. Amore, invisibile, bacia Psiche, la quale incrocia le braccia sotto il seno a dimostrare la percezione di una forte emozione e di uno stupore che trapela dalle labbra socchiuse. E’ questa la prima opera che vediamo, colpiscono subito la delicatezza e la bellezza dei colori tenui, perfettamenti manifesti, nelle loro sottili sfumature, grazie al buio in cui è posto il quadro.

A completare il percorso espositivo vi è un interessantissimo video dove artisti, esperti, critici esprimono le loro idee ed impressioni sull’amore e la sue rappresentazioni. Considerazioni allo stesso tempo semplici e pregnanti come quella riguardante il confronto fra pittura e scultura: il quadro, a causa della sua bidimensionalità, risulterà sempre più enigmatico di una scultura che si propone, per la sua tridemensionalità, più coerente al nostro abituale modo di percepire visivamente la realtà. Oppure quando il massimo esperto  parla di  sensualità nell’arte, ad indicare il percepire con consapevolezza la vita attraverso i sensi, una missione umana che trova aiuto e rifugio nell’arte, massimamente nell’arte classica.

Niente di più sorprendente trovarsi in una città, percepita prevalentemente come motore produttivo ed economico, ed addentrarsi nei meandri dell’ Amore e della Psiche.

Dafne

La ricerca fotografica del pittore Bonnard

Pierre Bonnard – Table set in a garden, 1908

E’ stata la lettura del volume dedicato a Pierre Bonnard   in occasione della mostra Bonnard Photographe al Museo d’Orsay nel 1987, a farmi porre attenzione ed interesse ad un tema di confine come quello del legame fra pittura e fotografia; un tema di cui poco ho avuto occasione di sentire parlare ma che trovo molto stimolante.

A un anno di distanza la mostra fu a Firenze, a Palazzo Rucellai.

Dalla prefazione di Antoine Terrasse trovo subito delle parole che suscitano ragionamenti nuovi:

I costruttori delle cattedrali, gli architetti, gli ingegneri, coloro che hanno tracciato le strade ferrate, nessuno di loro ha mai pensato a queste immagini che si svelano inaspettatamente allo sguardo di uno spettatore. Queste immagini sono conseguenze […] la fotografia è un’arte nella misura in cui colui che la professa trasmette una nuova emozione alla nostra visione e alla nostra mente .

Credo che per Bonnard la fotografia sia stato un  modo per comprendere meglio il possibile raggio di azione della sua pittura, leggendo ho immaginato la sua curiosità nel cimentarsi col mezzo fotografico per comprenderne i confini e apprezzare le differenze con la sua pittura, così come il bisogno di sperimentare personalmente come la fotografia

capta i volti a partire dai volti, gli oggetti a partire dagli oggetti; fissandosi sulla pellicola, la luce rivela la vita a partire dalla vita. Il suo artificio si alimenta della realtà.

La fotografia, in fondo è sempre, per sua natura, pura realtà ed il fascino può derivare dalla sua trasfigurazione in  modo che da semplice resoconto possa diventare suggestione se non emozione, e questo può accadere ad opera di uno sguardo dotato di visione, come certamente quello di un pittore.

Anche la fotografia è una superficie piana, come la pittura, possiede quello stesso distacco rispetto alla realtà. Ambedue si alimentano di una vita propria, e possiedono, ciascuna, la propria magia.

Bonnard usava la fotografia come esercizio, al pari del disegno e non ha mai parlato molto delle sue fotografie, a dimostrazione del fatto che si trattava di una sua esigenza di studio, di esercizio, come fosse una delle componenti del suo lavoro. Sono di Bonnard queste parole

la pittura, rispetto alla fotografia, ha il vantaggio di essere fatta a mano

come dire che è un tramite diretto fra l’artista e la rappresentazione della sua visione, completamente definibile e gestibile dall’autore, mentre la fotografia presuppone una non azione fisica, un gesto materiale limitato che invece nella pittura si manifesta in tutta la sua fisicità di esecuzione.

Dalle foto di B., è chiaro il desiderio di sperimentare fotograficamente le sue visioni pittoriche, utilizzare la pittura per capire e meglio conoscere il suo sguardo, affascinato soprattutto dalla possibilità dell’istantanea. Quello che ho percepito leggendo questo volume è un vivo, urgente desiderio del pittore di non dare per scontato la sua arte, ma di volerla spiegare ed approfondire a se stesso, nei suoi meccanismi interiori. Riesce in questo attraverso l’utilizzo della macchina fotografica, che poi lascia in secondo piano, probabilmente per il personale bisogno di toccare con mano la materia. Le sue fotografie tradivano lo sguardo d’artista, rimandando atmosfere sospese e morbide come le sue tele.

Come si dice nell’introduzione al volume fotografico

Se B. lo avesse voluto, sarebbe diventato un grande fotografo ed alcune sue foto lo dimostrano chiaramente, come quella (sulla copertina del libro) scattata nel 1899-1900 che raffigura la moglie Marthe mentre si toglie la camicia vicino ad un albero: con la grazia e la misteriosità tipiche dell’artista, con la strordinaria forza plastica della composizione, questa immagine rivela un sapiente uso del linguaggio fotografico nel trattamento della luce e nel contrasto tra le diverse materie, la carne, la stoffa e la scorza dell’albero, rese con tutta la ricchezza e la freschezza della loro natura intrinseca.

L’arte è fitta di misteri che si intrecciano.

Dafne