cultura

Blow up, ingrandimento dell’anima

di Michelangelo Antonioni

1966 – con David Hemmings e Vanessa Redgrave

blow up

Ancora interessantissimo dopo 50 anni. Una tematica che non ha tempo, almeno rispetto al tempo dell’uomo moderno, se intendiamo per moderno quell’uomo che si crede libero, quello che ha conosciuto l’individualismo, la sacralizzazione del sé.

“Non ne posso più di Londra perché non fa niente per me”

Il pretesto in una trama quasi “gialla”, un mistero, un noir per parlare di forti tematiche esistenziali. Il mistero di un delitto come metafora del mistero del sé.

Il protagonista un uomo a cui ciò che è sconosciuto è il sé autentico, così sconosciuto da scivolare in una condizione di anestesia emotiva.

Solo attraverso un “ingrandimento” di una parte del suo animo, così come per la fotografia che ha permesso di scoprire il delitto, potrebbe riconoscere la parte morta di sé e risorgere.

Ma non accade, e la sua vitalità rimane esterna al suo animo. Una ostentata vitalità che si evidenzia nei gesti e nelle posture del bravissimo attore che con tutto il suo corpo riesce a far emergere il personaggio.

Un uomo, il protagonista, che non si preoccupa di capire se quello che vive e che esprime nasca o meno dall’autentico sé, tanto che nell’ultima scena del film la sua stessa vita viene solo mimata. Attualissimo.

Un gran bel film, una miracolosa metafora visiva di complicate questioni interiori.

Dafne

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Innamorarsi 52 volte – Il Museo del Mondo

52 capolavori per 52 storie – Il museo del Mondo di Melania Mazzucco Einaudi Editore

Il Museo del mondo Einaudi Editore

Il Museo del mondo Einaudi Editore

Si tratta di 52 capolavori dell’arte nei secoli prodotti dall’antichità ai giorni nostri. 52 capolavori raccontati ciascuno in due tre pagine al massimo; ciascuno di questi racconti dischiude  a pensieri e suggestioni come se di pagine ne leggessimo a decine. Questa è la forza e la capacità di racconto di Melania Mazzuco. Ogni sua parola o breve descrizione allude ad altro, apre finestre dell’immaginazione, porta a richiami e collegamenti, acuisce la curiosità, spingendoci oltre quelle parole, accendendo l’attrazione verso l’oggetto  del racconto. Ci trascina impetuosamente grazie al talento di romanziera nell’epoca del quadro, ci fa intravedere ed intuire vividamente la personalità dell’autore, la specifica anima artistica di ciascuno di essi.

Non possiamo rimanere indifferenti, anzi, ci innamoriamo ogni volta, per 52 volte.

Ogni opera ha sempre una sua specifica storia, una sua genesi e sviluppo, un suo carattere e personalità, come accade per le persone e come immaginiamo per l’autore di ciascuna opera. Tale complessità di contenuti è raccontata con semplicità e passione, vera conoscenza, grande competenza ed emozione. Un approccio non didascalico ma che non omette informazioni significative. Un interessantissimo ingresso nel mondo dell’arte e degli artisti di tutti i tempi che nell’insieme  riesce a farci comprendere la grande unitarietà dell’arte, l’imprescindibile filo conduttore che attraversa i tempi, le epoche, gli stili, tanto che le opere non sono presentate né per ordine cronologico, né tematiche stilistiche, ma quasi per improvvisi ricordi, come se l’autrice procedesse per analogie e associazioni di idee del tutto personali.

E’ il Museo immaginario di Melania Mazzucco.

Melania Mazzucco

Melania Mazzucco

Rapiti come se ci raccontassero una favola, come se ci svelassero segreti, ogni volta ho avvertito la grande complessità che sta dietro a qualsiasi opera d’arte che abbia resistito al tempo, dandomi la possibilità di spiegare od appena intuire il motivo di una rapimento estetico, l’inspiegabile forza attrattiva di certe opere, sensazione che altrimenti può provocare un certo senso di smarrimento se vissuta senza appigli e punti di riferimento. Ecco, questo volume offre la possibilità di trovare quel sostegno, quell’attacco, quella risorsa in più per tradurre le proprie emozioni di fronte al mistero della fascinazione da opera d’arte.

Inoltre il libro stampato da Einaudi è un bellissimo prodotto editoriale, come se ne vedono raramente. La carta è di prestigio, la resa dell’immagine delle opere è ottima, le dimensioni del volume non sono invadenti, poco più di un qualsiasi romanzo. E Melania Mazzucco conferma le sue doti di vera scrittrice.

 

Dafne

 

Photoluxfestival e Circuito off : la fotografia si fa strada

logoPHOTOLUX_01 La città di Lucca si sta preparando al Photoluxfestival, il Festival Internazionale della fotografia. Il festival ha cambiato, ultimamente, la sua impronta filosofica rispetto ad una decina di anni fa. Intanto è diventato un evento biennale e poi ha lanciato una comunicazione, diretta, calda, efficace; lo avvertiamo leggendo il chi siamo. Questa edizione si farà notare per la partecipazione di personaggi illustri come Sara Munari e Oliviero Toscani. Interessante il tema che affronterà Oliviero Toscani :

Oggi la fotografia è l’Arte più facile ed accessibile. Ma quanti sono gli Autori?

Questo è un tema davvero interessante, assai attuale, ed è fondamentale prenderne coscienza e reperire qualche strumento utile per poter avere un pensiero critico in proposito.

Sarà proiettato nelle sale del Cinema storico della città “Il sale della Terra” , il documentario di Wim Wender su Sebastião Salgado.

Poi vi saranno numerosi workshop oltre che ad  incontri conviviali in libreria insieme a fotografi e ad altri attori del mondo fotografico.

Due le mostre – evento: la mostra dei vincitori del WORLDPRESSPHOTO e la mostra, in realtà itinerante per l’Europa, denominata EPEA: dodici fotografi di nazionalità diverse hanno dato vita ad altrettante interpretazioni visuali del concetto di “The New Social”.

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Ma la cosa che trovo più interessante e divertente è il CIRCUITO OFF : autori non professionisti selezionati da una giuria esporranno in contesti di vita cittadina del centro storico della città. Quindi vedremo le personali di decine di appassionati fotografi allestite in negozi di ogni tipo, in bar, ristoranti, librerie, studi d’artista.

Un bel movimento, tante immagini da scoprire, tante realtà da aggiungere al nostro immaginario.

Da non perdere.

Dafne

Estemporanea d’arte in città

Fa sempre un certo effetto vedere gli artisti mentre lavorano, osservare l’opera che lentamente si definisce.

Ognuno, poi, ha il suo metodo: chi traccia prima degli schizzi a lapis, chi no; chi quando inizia deve finire e chi invece si prende pause; chi ha già deciso tutto prima e chi invece improvvisa colori e segni sul momento.

E’ stato possibile osservare queste affascinanti differenze di  modalità di lavoro una mattina nella città di Lucca, grazie ad una “Estemporanea d’arte”.

Mi sono concentrata sui lavori di Fabrizio Barsotti e di Michaela Kasparova, artisti presenti su http://www.livinart.it – la galleria d’arte esclusivamente on line.

Ecco due piccoli fotoracconti!

Occasioni da non perdere..

Dafne

Il nuovo Museo del Novecento a Firenze

Non è stato impegnativo come avrei sperato visitare il nuovo Museo del Novecento di Firenze. Mi aspettavo un en excursus più consistente, che al termine della visita lasciasse una forte impressione. In realtà non si è trattato di una vera e propria immersione in quel periodo artistisco ma, per quanto rigenerante, di un tuffo. In effetti, a volte, quando si esce da alcuni musei o mostre espositive, ci si sente un po’ cambiati e con addosso una  nuova veste mentale. In questo caso le impressioni hanno preso una strada che non ha raggiunto il pensiero più profondo rimanendo sul livello dell’immagine.

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Al di là di queste considerazioni è sicuramente una buona occasione per godere opere d’arte italiana del XX secolo raccolte in una struttura ben organizzata e sottoposta ad un restauro interessante, che unisce idee audacemente attuali ad un contesto architettonico che risale al XIII secolo.

300 opere per 15 sale: una  antologia, un  cammino artistico che riesce comunque a sintetizzare un periodo assai composito ed articolato di correnti e tendenze. E’ forse questa necessaria  frammentareità che rende meno incisivo emotivamente il percorso.

Certo vale la pena anche solo per il bellissimo Fontana, e per Giorgio Morandi che rimane intramontabile.

La cosa veramente molto interessante è che dopo questa visione di insieme si percepisce bene ciò che ancora tiene e ciò che adesso percepiamo come superato.

Da vedere

Dafne

Jimmy’s Hall – Ken Loach

Jimmy’s Hall di Ken Loach.

locandina

Una lezione di cinema, pulito, lineare, non esce mai dai confini di ciò che vuole rappresentare, niente è di troppo, tutto è essenziale. Non si può obiettare – formalmente – niente.

Rimane però un retrogusto di schematismo e di approccio didascalico alla narrazione. Certo un cinema perfetto, ma nello stesso tempo un poco  freddo nella raffigurazione forse semplificata della realtà; la tematica potrebbe far infammiare ma viene trattata senza farcela avvertire dentro le ossa, consentendoci un distacco. Una specie di favola.

Non va male, è la cifra del regista, una scelta sicuramente ben riuscita e resa possibile dalle credibilissine e affascinanti interpretazioni. Nel loro schematismo i personaggi tengono. Tutti si offrono chiaramente per quello che sono, nessuno ha una doppia anima, un cedimento, ogni personaggio rappresenta un ideale, un sentimento, senza complicazioni. Non esistono sfumature ed i dialoghi rispecchiano questo “monocromatismo” dei protagonisti. Evidentemente una scelta di un grande regista che tranquillizza molto la narrazione  rendendo godibile un film che non infiamma.

Potrebbe dirsi un film bidimensionale.

 

Dafne

“Due giorni una notte” un punto di vista felice

locandina due giorni una notte Un film così semplice nel suo svolgersi da essere credibile. Non ci vuole convincere, semplicemente accade. I personaggi si mostrano, da vicino. Le parole sono poche, i pensieri suscitati molti e profondi. Proprio come avviene nella vita. Alle azioni di ciascuno corrispondono le reazioni di altri, ognuno si manifesta col suo grado di libertà e di umanità. Le parole hanno il potere di cambiare le idee, il film lo fa capire semplicemente. E’ stupefacente, e qui sta il genio degli autori, come arriviamo a percepire il forte contenuto del film sul senso della felicità non appena il film si conclude. La felicità è un orgoglio interiore che può derivare da un convergere di azioni e pensieri che autonomamente agiscono su un sentire interiore. La felicità può stare nella purezza di pensiero della percezione di sè. Un film, alla fine, filosofico. Da vedere.

Dafne

Open Studios

Nella città di Lucca, come  immagino accada in altre città d’arte, in certe giornate gli artisti aprono i loro studi, gli Atelier.

Sabato 20 giugno è stata una di quelle giornate. Un modo di avvicinare l’arte al nostro pensare quotidiano.

Entrando in uno di questi atelier troviamo un’aria diversa, sono luoghi nuovi, non sono negozi, non sono laboratori. L’artista che ci accoglie si manifesta già attraverso il suo ambiente, entriamo ed è come se già lo conoscessimo, ha il piacere e la voglia di svelarsi attraverso le sue opere e le sue cose.

E se avessimo l’occasione, l’opportunità, la fortuna di poterci portare a casa un’opera,  quell’atmosfera rimarrà  lì, attorno a quell’opera ovunque la porteremo.

Alcuni artisti presenti su Livin’Art partecipano al Progetto Open Studios (un sabato al mese da maggio a dicembre)

infatti è stato possibile  vedere gli acquerelli di Fabrizio Barsotti direttamente nel suo atelier della caratteristica Via del Fosso

 

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e le  sculture di Andrea Bucci nella Via San Andrea a ridosso della famosa Torre Guinigi

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e ancora le  fotografie di Alessandro Giuliani nel contesto dello storico Mercato del Carmine

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Ciascuna di queste strade e ciascuno di questi luoghi meriterebbe un racconto a sè, che non tarderà ad arrivare

 

Dafne

Tzvetan Todorov ed il posto della bellezza

Sembra che nella confusione dei nostri giorni sia difficile scorgere un sicuro concetto di bellezza se vogliamo riferirlo all’arte contemporanea. Sembra che dovremmo arrivare a dire che arte contemporanea è anche un gesto, uno scambio di sguardi o tutto ciò che ci produce emozione. E’ certamente impresa ardua voler fare chiarezza dentro di noi su un concetto già tanto dibattuto e mutevole nei tempi come quello della bellezza, ma è interessante in questo modo ricordarne la natura impalpabile, come un qualcosa che, in assoluto, possiamo giusto intuire, ma non descrivere o spiegare.

Il tentativo di riflessione mi nasce dalla lettura di un intervento di Franco Marcoaldi su R2Cultura di giovedì 21 giugno 2012: è uno sforzo mentale quello a cui ci sottopone Marcoaldi con la sua intervista a Tzvetan Todorov, ma lo fa, lo fanno entrambe, con semplicità, come se stessero parlando dei più ameni argomenti, una domanda dopo l’altra in un cortiletto deserto e silenzioso alle spalle di un bar di Parigi.

Todorov spiega  come l’uomo contemporaneo sia lontano dalla bellezza intesa come ricerca del contatto col trascendente, come accadeva prima della modernità quando l’arte veniva vissuta dall’uomo come un tramite, attraverso l’esperienza estetica, per giungere al Bene Assoluto, e forse a Dio. Certo, in passato questo tipo di ricerca era riservata a chi non aveva problemi materiali o contingenti, ma adesso che tutti abbiamo il tempo da dedicare al nostro spirito, o quantomeno alla parte astratta di noi, ecco che l’arte non rimane relegata in luoghi fisici o piccole porzioni di società. Adesso tutti abbiamo diritto al nostro piccolo spazio metafisico, filosofico. Ma cosa sarà successo? Forse la cosìdetta Arte ha dovuto abbassarsi al mio, nostro livello di percezione, per raggiungerci? L’Arte ci capita davanti tutti i giorni? E’ quella l’ Arte?

Ecco la riflessione di Todorov:

Mentre lungo tutta la modernità bellezza e arte sono andate a braccetto, nel postmoderno lo scenario cambia radicalmente. Non si parla neppure più di arte: si preferisce usare termini come performance, gesto, azione. Naturalmente non è da escludere che si sia finiti su un binario morto e che presto o tardi si imboccherà tutt’altra strada”

Capiamo che questi dubbi non possiamo scioglierli noi che stiamo vivendo e fruendo di queste nuove forme artistiche e che è già un buon vivere essere consapevoli di star navigando a vista in questo mare senza la pretesa di giudizi o analisi definitive. Fra i vari concetti che esprime Todorov quello che più mi affascina è l’idea di “cura del mondo” come manifestazione del legame esistente fra estetica ed etica.

Todorov afferma che quando un artigiano, così come un artista, prova un’ emozione estetica nell’azione che compie questa, oltre che un valore estetico ha anche un valore etico, proprio perchè in questo gesto, in questa azione “c’è un segno di rispetto per il mondo, che riveste una valenza morale”. E che l’arte contemporanea non è più, o non è solo “vedere” e “pensare”, ma “sentire”, e Todorov considera che la sensazione e l’emozione siano già validi indicatori di bellezza.

“..può anche essere che la bellezza si sia rifugiata in altre attivtà, prive di riconoscimento. Come ci insegna il pensiero orientale la possiamo trovare anche nei gesti minimi della quotidianità:curare un giardino, comporre un mazzo di fiori, impacchettre con cura un oggetto possono produrre emozioni estetiche altrettanto intense. Questo per dire che se l’arte è soggetta a mutamenti storici, purtuttavia, sempre e comunque, ciascuno di noi può sollevare gli occhi al cielo ed essere scosso dalla bellezza. Perchè è un sentimento intrinseco alla natura umana.”

Allora sembra che Todorov dica che tutti noi siamo capaci di capire l’arte e coglierne la bellezza dato che tutti siamo capaci di “sentire” e nel dire questo ho l’impressione che il nostro indiscusso intellettuale ci consideri, teneramente, dei bambini da prendere per mano e condurre verso nuovi modi di percepire sia l’arte che la bellezza.

Dafne

Zygmunt Bauman: la cultura e la morte

L’attuale fioritura di un’arte e di un pensiero anziani pare legata al tema contemporaneo dell’assenza dei padri, che ci porta a dare massima fiducia ai nonni“.

Questo è uno stralcio dell’intervento di Stefano Bartezzaghi  “Il pensiero anziano” sulla sezione Cultura di Repubblica del 3 giugno 2012. E’ proprio il senso di fiducia incondizionata nei confronti di quei grandi vecchi e delle cose di cui parlano, che ci consente di abbandonarci alla riflessione che uno di loro, Zygmunt Bauman, suggerisce. Una interessante e difficile riflessione sulla questione della mortalità, della cultura e dell’arte.

Prima però trovo che sia importante soffermarci su quel senso di fiducia che ci fa provare un rispetto immediato verso le parole di loro, gli ultraottantenni di cultura. Cosa troviamo nel loro pensiero che ci convince ad ascoltarli? Credo che li percepiamo come personalità sfuggite alle imposizioni economiche e sociali da cui sia noi che i nostri “padri” siamo, bene o male, condizionati. Li sentiamo gli ultimi uomini mentalmente liberi il cui pensiero è in grado di svelarci parte della vera natura dell’uomo, prima che venisse corrotto dai subduli condizionamenti di tutto ciò che ruota attorno allo strisciante materialismo in cui viviamo, tenuto in vita dal potere del denaro.

Ecco quindi spiegato, a sommi capi, da dove nasce il grande senso di rilassatezza che le parole del famoso sociologo polacco ci procura,  pur trattando temi scottanti, come la morte,  la finitezza dell’uomo: abbiamo fiducia, nella sua saggezza e nella sua libertà.

Trovo  molto interessanti alcuni termini che Bauman utilizza quando vuole spiegarci l’intreccio teorico che scorge fra cultura (arte) e mortalità. Ecco cosa ci dice:

A causa della presenza costante dell’idea della morte nella nostra vita, impariamo a riflettere sul suo significato: Schopenauer ci ha insegnato che senza morte non ci sarebbe la filosofia. Io dico che non ci sarebbe neanche la cultura, quella trasgressione tipicamente umana alla natura, ovvero il sedimento del tentativo senza sosta di rendere la vita vivibile nonostante la consapevolezza della mortalità

Fra le tante parole che possono descrivere l’arte e la cultura, quelle di Bauman “trasgressione umana alla natura” suggeriscono la necessità del senso di ribellione che l’uomo, se vitale, libero ed autonomo deve possedere; ciò fa pensare che sia l’intellettuale che l’artista possiedano questa precisa caratteristica che, attraverso i pensieri e le opere, deve in qualche modo contaminare ed incidere sul pensiero degli altri uomini, suoi contemporanei o meno.

La trasgressione come forma mentale, continua ricerca di posizioni nuove nel mondo, la  trasgressione come non accettazione di una condizione, una sorta di inconsapevole ribellione alla natura che consente ad alcuni  di attivare circuiti interiori che portano ad espressività le quali, formandosi lentamente e dal profondo delle emozioni devono poi, incontenibili, in qualche modo fuoriuscire attraverso pensieri strutturati od opere visive, fruibili all’esterno.

L’altro termine che mi colpisce è sedimento. Sembra preso a prestito da un altro comparto delle attività dell’uomo, un comparto non teorico ma pratico, effettivo, materiale, affatto astratto. Inoltre è come se la cultura, così descritta, ovvero come sedimento, fosse un effetto secondario di attività umane svolte senza preciso scopo. E credo infatti che il fascino ed il segreto della cultura e dell’arte stia tutto lì. La non finalità, il non sapere dove l’attività della mente ti può portare, la pura speculazione, il fare ed il pensare per la sola insopprimibile necessità di farlo tipica dei veri intellettuali e dei veri artisti. In netto contrasto, ancora, con lo stile della nostra società. Ed ecco quindi, di nuovo espresso, il concetto di trasgressione. La parola sedimento  suggerisce anche un altro significativo concetto, quello di stratificazione, di lenta apposizione, di continuo accumulo, come continua ed indefessa è l’attività di che vive in questo tipo di trasgressione alla natura, non cedendo nè alla finitezza dettata dalla natura stessa nè alle finalità dettate dalle storture della società.

Dafne