Mese: gennaio 2018

L’ arte di Arthur Miller, ovvero il Teatro

” [ … ] si può ben ammettere che l’arte e la rappresentazione teatrale costituiscano una ben definita manifestazione d’un profondo bisogno sociale, un bisogno che trascende una particolare forma di società o un particolare momento storico.” A.M

E’ il fascino ed il mistero del Teatro che ogni volta che siedo su una poltrona rossa mi pervade.

Nel giorno della memoria, il 27 gennaio, ho assistito alla rappresentazione teatrale “Vetri Rotti” del grande drammaturgo americano Arthur Miller per la regia di Armando Pugliese con Elena Sofia Ricci, GianMarco Tognazzi, Maurizio Donadoni senza dimenticare gli altri tre bravi attori: Elisabetta Arosio, Alessandro Cremona, Serena Amalia Mazzone.

Tutti insieme hanno contribuito a rendere merito alla interessante, profonda ed articolata sceneggiatura di Arthur  Miller.

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E’ già di grande interesse che la vicenda ambientata nel 1938  e che ha sullo sfondo i fatti che stanno accadendo nella Germania nazista ( La notte dei cristalli) si svolga a Brooklyn, ad un oceano di sostanza dai luoghi delle efferatezze. Questo consente allo spettatore di sperimentare uno sguardo lontano, esterno, extraeuropeo: esercizio utile per non relativizzare tutto ciò che sta accadendo nel mondo e per provare NOI, adesso, a non essere lontani da quei popoli, al di là del Mediterraneo …

La distanza non deve avere valore rispetto all’empatia fra umani, che siano marito e moglie o persone sconosciute ma accomunate da una qualche appartenenza. Ed infatti è proprio qui che sta il genio Miller: saper intrecciare la vicenda universale a quella familiare, giocare con le mancate identità dei personaggi ( in questo caso identità ebraica) per mostrare come la fragilità di un uomo – la sua incapacità di guardarsi allo specchio – abbia chiare conseguenze sulla vita della persona a lui più vicino, la moglie. Sperimentare il possibile potere dell’empatia e della partecipazione umana sulla propria vita, come si evince dalla trama:

“Brooklyn, novembre 1938. Sylvia Gellburg, ebrea, casalinga, viene improvvisamente colpita da un’inspiegabile paralisi agli arti inferiori. Il medico, Herry Hyman, suo coetaneo e conoscente, è convinto della natura psicosomatica del male e, al tempo stesso, è sentimentalmente attratto dalla donna, mentre il marito di Sylvia, Phillip, non riesce ad accettare quanto sta accadendo. Ben presto emerge che Sylvia è ossessionata dalle notizie delle persecuzioni contro gli ebrei in Germania. Sono gli echi della Kristallnacht, ma forse l’angoscia della protagonista per quegli avvenimenti si somma ad altre fonti di frustrazione ed inquietudine”

E’ difficile descrivere tutta la complessità psicologica che esce dalla messa in scena, a dimostrazione della vera e propria arte drammaturgia di Arthur Miller. E’ questo il teatro: una forma di espressione diversa dalla letteratura e diversa dal cinema che difficilmente trova parole quando tentiamo di descriverlo.

Il teatro è una parafrasi della vita, per questo lo capiamo solo vivendolo, ovvero andando a Teatro con la nostra persona!

“Nel teatro ciò che io apprezzo soprattutto è la poesia, ed insisto che di essa il teatro non può fare a meno” A.M.

Da non perdere. 

Dafne Visconti

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Il mio Godard, un film francese al 100%

La cifra stilisitica degli attuali film francesi è assolutamente unica ed inimitabile. Ed anche “Il mio Godard” di Michel Hazanavicius con Louis Garrel, Stacy Martin, Berenice Bejo, Micha LescotFrancia 2017 è un film tanto interessante e profondo quanto creativo e godibile. (Michel Hazanavicius è un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico francese)

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Il film narra di un periodo cruciale, di snodo artistico/esistenziale, della vita di Jean-Luc Godard. Ne esce fuori il gustoso ritratto di un uomo tormentato e allo stesso tempo lineare,  come solo l’aderire a certi alti e solidi valori può comportare.

Un uomo “diverso” e tanto intellettualmente onesto da dubitare di se stesso, di criticarsi, rinnegarsi come regista e come uomo per arrivare addirittura ad uccidersi: moralmente ( “ho ucciso Godard” quando finalmente decide chi vuole essere e cosa vuole artisticamente esprimere ) e fisicamente (un tentato suicido quando si rende conto di aver perso per strada la moglie Anne).

La vicenda creativa di Jean-Luc Godard – già acclamato e celebre regista della Nouvelle Vague, l’innovatore – si intreccia a quella umana, di un intellettuale quasi quarantenne sposato con convinzione e serietà ad una giovanissima ragazza, nemmeno ventenne, che si offre, limpida e fiduciosa, alla condivisione di una vita ancora tutta da capire accanto ad un uomo che sta ancora cercando se stesso.

E’ straordinaria la capacità di Michel Hazanavicius di rappresentare la vita del nostro protagonista/regista che scorre fra tormenti viscerali ed inevitabili situazioni comico/paradossali:  in effetti la vita non è mai o solo profonda e tormentata o solo leggera e piacevole.

In qualsiasi stato d’animo ci troviamo, attorno a noi accade anche il contrario.

A questo aggiungiamo molte trovate creative da un punto di vista della narrazione per immagini e la incontestabile bravura di tutti gli attori, ciascuno dei quali sembra avere esattamente il phisique du role per il personaggio che si trova ad interpretare.

In sintesi: una interessante e credibile parabola esistenziale di un uomo/artista, Jean-Luc Godard,  nel pieno della sua maturità.

Dafne Visconti

 

The Greatest Showman, il film per tutti

 

A volte ci vuole, un film che sia uno svago sopratutto per la mente. Gli americani, quando vogliono, sono i primi in questo. La vita che scorre, si complica, ma che poi – rassicurandoci – ritorna a fluire verso un lieto fine. Noi europei – anche al cinema – spesso esprimiamo più tormento, contraddizioni e vissuti che raramente si risolvono in modo edificante.

The Greatest Showman ci trascina anche perchè è un musical imperioso che ci narra -incuriosendoci – la biografia di Barnum, l’inventore del Circo mettendoci a confronto con la moralità e l’immoralità del mondo dello spettacolo oltre che darci conto delle ambiguità e debolezze del protagonista. Ma alla fine, come dicevo, tutto torna.

Usciamo dal film indenni, senza retropensieri, sicuri di esserci svagati per un’ora e mezzo!

 

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“È la storia di P.T. Barnum, politico, uomo di spettacolo e imprenditore americano, famoso più che altro per il suo circo e per essere stato un grandissimo imbonitore e creatore di mitologie. Che poi è un bel modo per dire “falsità”. Non una gran fama ma di certo la sua impresa e il suo nome sono riusciti a diventare sinonimo di circo per decenni.”

Regia di Michael Gracey

Protagonista Hugh Jackman nel ruolo di Phineas Taylor Barnum,  affiancato da Michelle Williams, Zac Efron, Rebecca Ferguson e Zendaya.

Dafne