L’utopia di Kandinsky

In occasione della mostra dedicata a Kandinsky al Palazzo Blu di Pisa dal 13 ottobre 2012 al 3 febbraio 2013, è uscito su “la Repubblica” dell’11 ottobre 2012 un articolo di Claudio Strinati.

Mi piace metterne in evidenza alcune parti per fissarne dei concetti, e così pensarli meglio. Viene messo in evidenza quanto la doppia radice, russa e tedesca di Kandinsky sia determinante per la poetica e la ricerca del pittore:

K. da un lato fu un russo completamente calato all’nterno del clima culturale e spirituale diffuso nella sua terra verso la fine dell’Ottocento e dall’altro è subito coinvolto con l’ambiente tedesco che lo indirizza verso il culto del Simbolismo e dello Jugendstil
spingendolo ad approfondire la componente spirituale dell’arte sottratta a un confronto diretto con il peso della realtà ma all’opposto orientata sullo scandaglio del profondo, della memoria, dell’introspezione.

E’ ben spiegato cosa è  che rende affascinanti, attraenti, le opere astratte.

Questa mostra sembra voler dare una nuova possibile interpretazione della questione decisiva dell’arte moderna, l’astrazione:

K. può esserne considerato il fondatore ma forse non il padre, perchè l’astrazione non fu mai per lui un fine dottrinalmente perentorio, ma un metodo per esplorare territori sconosciuti dell’arte, presenti però alla coscienza umana fin dalle origini.

Questa ultima affermazione la trovo efficace  nel definire come l’arte (e solo l’arte) possa spingersi a rappresentare persino i livelli inconsci della coscienza, prima dell’artista e poi, di riflesso, del fruitore. E qui mi si pone la questione della diversa portata dell’arte astratta rispetto a quella figurativa e dei diversi bisogni che esplicita e contemporaneamente soddisfa. L’argomento è complesso e certo non trova una facile e razionale spiegazione.

Si accenna, nell’articolo di Strinati, allo “Spirituale nell’arte” che K. scrisse prima in tedesco poi in russo ed uscì tra il 1911 ed il 1912:

K. parla, con enfasi, dell’avvento di un’epoca di eletta spiritualità e del principio della necessità interiore che l’artista deve assecondare e tradurre nel concreto dell’opera realizzata. La parola chiave è anima. E’ l’anima che si deve vedere nell’opera, ma la rappresentazione dell’anima è di necessità astratta perchè la verità della dimensione spirituale non ammette figura ma pretende “forma”.

Mi viene quindi da pensare che  un’opera astratta rimanga pressochè insondabile dato che si parla di anima, o che comunque rimanga, da parte di chi guarda, a livelli subliminali di coscienza  e conoscenza; l’osservare un quadro astratto può portarci ad una intuizione ma non ad una chiara comprensione. Probabilmente è proprio questo l’atto che un’opera astratta consente: la traduzione della necessità interiore dell’artista in una esperienza estetica ed emotiva dell’osservatore. In definitiva, come dice ancora Strinati

L’utopia di K. è il racconto figurativo dell’anima

Un’utopia che ci consente nuove, eterogenee esperienze.

Dafne

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20 comments

  1. Leggendo mi è venuta in mente una riflessione di Adorno, che porto con me nel portafogli.
    “L’oggetto dell’estetica si determina come indeterminabile. Perciò l’arte ha bisogno della filosofia, che la interpreta, per dire ciò che essa non può dire, e che pure può essere detto solo dall’arte, che lo dice tacendolo” (T.W. Adorno, “Teoria estetica”).
    Però non chiedermi esattamente cosa significa 🙂

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  2. Guardavo con sospetto all’arte non figurativa, prima che Kandinskij mi conquistasse! D’altra parte, i suoi quadri che amo di più sono Il cavaliere azzurro e il romanticissimo Coppia a cavallo.

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  3. Ho letto anche io Strinati e mi sembra un testo che ci spinge alla riflessione. Ammetto che Kandinsky non mi ha mai rapito ne convinto del tutto. 
    Premetto pure che adoro ed ammiro l’arte contemporanea e gli astrattismi che sicuramente favoriscono un’interospezione del fruitore su stimolo prodotto dall’autore.
    Quella di Kandiski è stata sicuramente una rivoluzione che ha sconvolto il mondo della cultura agli inizi del Novecento, ma come scrive(va) Argan, la de-semantizzazione dei segni attuata dal pittore russo non potè dirsi del tutto “pura” dalle codificazioni umane. Per cui ogni opera astratta (a partire da Kandiski) muove un “reset” di conoscenza per porci in uno stadio di mera contemplazione evocativa, ma un istante dopo ci spingiamo nel gioco del riconoscimento dei segni..
    A tal fine, nel mio piccolo, ho fatto un piccolo esperimento. Ho dato pennelli e colori ad un bimbetto che in piena autonomia a dipinto qualcosa non “strutturato” da conoscenza e codici (tipici della nostra cultura occidentale), alla quale poi a suo modo ha assegnato un valore, un nome. Ma -credo- che l’esperimento non possa già più ripetersi senza mantenere quella purezza d’idea e di conoscenza che può ritrovarsi solo in tenerissima età!

    http://assolocorale.wordpress.com/2011/01/19/l’opera-d’arte-nel-suo-divenire-un-piccolo-capolavoro-asrtratto/

    Forse mi sono addentrato un poco troppo nella filosofia e con ooca chiarezza, ma Ciò non toglie che alcuni primi “astratti” (fino al 1913) a mio avviso rappresentino dei momenti di rara bellezza e poesia pittorica.

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  4. Credo di capire quello che vuoi dire, approfondendo il concetto. Come se, nonostante tutto, alla fine, non ce la facessimo a lasciarci condurre dalla sola “forma”, ma pretendessimo sempre la “figura”, nello stesso modo in cui ci è difficile lasciarci andare ad un viaggio senza conoscerne la strada e la meta. Forse è questione di esercizio, di esperienza.

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    1. si, diciamo che in linea di massima potrebbe essere semplificato così… ma non credo si tratti solo di “esercizio”, c’è necessariamente una coscienza che ad un certo punto prevale sull’ìrrazionale e quindi proprio per esperienza ed evoluzione umana si perde quello stato di “spiritualità” atavica che Kandisky voleva riprodurre nelle sue opere!

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      1. Compreso benissimo, sì, quella spiritualità atavica che del resto manteniamo nel nostro io, e anche se rare volte, si manifesta.

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  5. PS… un poco come accade nelle civiltà non occidentali. Penso alle tribù aborigene e/o a quelle dell’africa nera, dove la cultura si è evoluta fuori da un pensiero matematico/filosofico (quello greco-romano e poi rinascimentale-umanistico) che ci ha categorizzato e razionalizzato il modus vivendi.

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  6. Ottimo e interessante post. Non so se lo sai, ma c’è un anedotto riguardo alla nascita della pittura astratta e riguardo a Kandinsky. L’artista ha raccontato che una sera, rientrando nel suo studio, notò un suo quadro nascosto in una zona in penombra. Avviciantosi per guardarlo meglio, si accorse che la tela era copovolta: quallo che lo aveva impressionato non era la scena rappresentata, ma la disposizione dei colori e delle linee e dei loro rapporti. Da quel momento decise di eliminare ogni riferimento alla realtà e alla figurazione.
    CIao Dafne

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    1. Non conoscevo questo aneddoto, che dà una spiegazione curiosa dell’idea di Kandinskj sulla non necessità della figura. Grazie del tuo apprezzamento, sempre graditissimo.

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  7. Ho visitato la mostra, ben organizzata. K. mi ha sempre attratto molto, molto belle le sue opere su vetro, che non avevo avuto modo di conoscere prima. Per quanto mi riguarda l’opera astratta mi prende sempre, mi coinvolge, la guardo e sento che sì, è vero, è un modo meraviglioso di riflettere un’anima e le sue sfaccettature, non è mai scontata l’interpretazione che possiamo darne. E’ un mondo che aspetta di essere raccontato.

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    1. Mi piace molto quello che dici; la considerazione del “riflettere un’anima e le sue sfaccettature” così come “l’interpretazione non scontata” le considero delle vere e proprie tematiche attorno all’arte astratta, tematiche da approfondire. Grazie.

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  8. Faccio un commento senza leggere gli altri e quindi mi scuso se la riflessione è stata già fatta. Tu scrivi “Mi viene quindi da pensare che un’opera astratta rimanga pressochè insondabile dato che si parla di anima, o che comunque rimanga, da parte di chi guarda, a livelli subliminali di coscienza e conoscenza; l’osservare un quadro astratto può portarci ad una intuizione ma non ad una chiara comprensione.” Ed io ti chiedo per una chiara comprensione c’è necessariamente bisogno che questo avvenga al livello “cosciente”? Non si può ottenere la stessa “conoscenza” anche solo o anche soprattutto sollecitando la parte “più primitiva” di noi? Le mie sono forse domande retoriche ma io mi sono fatta l’idea che l’arte astratta a volte riesca ad emozionarmi più di quella figurativa perché va a sollecitare forse “senza filtri” la parte più nascosta del mio “io”.

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    1. La tua considerazione non può che trovarmi daccordo. Credo infatti che arte astratta e figurativa vadano a smuovere parti diverse di no. L’arte astratta mi sembra che ci lascia più liberi, a volte mi disorienta e di solito mi dà emozioni più leggere, riesco con più difficoltà a recepire la volontà dell’autore, a com-partecipare un’emozione. Ma forse, come dici tu, sono già troppo logica e razionale. Però posso dirti per certo che la parte più primitiva di noi può essere sollecitata anche da opere figurative dove la forma viene scandagliata, smossa e rimossa fino a metterla in discussione e con essa rimettere in discussione noi stessi. Spero di aver aggiunto qualcosa alle tue riflessioni. A presto.

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      1. Sono certa che la parte più primitiva possa essere smossa anche dall’alrte figurativa, ci mancherebbe altro e forse non potrebbe nemmeno definirsi “arte” se non riuscisse ad emozinarci. Quello che mi è venuto da pensare leggendo queste righe è che a volte l’arte astratta ci può fare in qualche modo “paura” e che il dire “non mi piace, non la capisco” sia un modo per non “voler vedere” quella parte di noi che viene “smossa”… scusa se mi sono dilungata. Amo molto K. ma non mi ero mai fermata tanto a riflettere sul perché mi piacesse. Di solito non sono portata ad “etichettare” ed “analizzare” tutto quello che mi piace 🙂

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  10. Interessanti e significativi i passi dell’articolo che hai scelto di riportare e commentare. L’arte è in generale qualcosa di non classificabile, su ognuno la stessa opera può avere un impatto diverso; quella astratta è come se dichiarasse apertamente questa sua funzione di contatto intimo e insondabile con l’anima.
    Noi siamo una piccola associazione culturale che si batte per l’arte e siamo incappati nel tuo articolo proprio grazie al comune interesse per Kandinsky; l’anno scorso abbiamo lanciato un’iniziativa per omaggiarlo e te la segnaliamo con piacere. Si tratta di un gioco-racconto disponibile gratuitamente on line: “Il Risveglio – The Kandinsky Conspiracy”. Hai presente i librogame, le “storie a bivi” di una volta? Ecco, “Il Risveglio” è proprio questo, un’avventura dove il protagonista sei tu. Ma con tutte le potenzialità e l’interattività offerte da internet. E al centro di tutto c’è lui, Wassily Kandinsky: le sue opere, il suo “Spirituale nell’arte”, ossia quel “libro che attraversa i secoli” che abbiamo messo nello slogan dell’iniziativa.
    Se deciderai di intraprendere questa lettura/gioco facci sapere, aspettiamo il tuo parere!
    A presto, ti lasciamo con il link al racconto e quello alla pagina Facebook per commenti sul tema:
    http://www.portodarti.it/ilrisveglio_kandinsky.html
    https://www.facebook.com/kandinskyconspiracy

    Porto d’Arti – Associazione Culturale

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