Month: agosto 2012

Esperienza luminosa al Macro

Al Macro si entra e si fanno percorsi diversi dal solito. Si viaggia in un’arte che parla utilizzando strumenti e pretesti che fanno parte del nostro vissuto. Difficile dire cosa sia bello e cosa no. E se c’è qualcosa di bello. Probabilmente si tratta di linguaggio più che di forma e per questo risulta difficile dare giudizi estetici.

Mi riferisco, in particolare, alla mostra in corso dal titolo “Neon. La materia luminosa”.

Come si legge dal sito del museo,  NEON  porta al MACRO le opere di più di cinquanta artisti internazionali che hanno fatto di questa semplice fonte di luce artificiale la materia luminosa dell’arte contemporanea.

Certamente non ho sentito le opere avulse e nemmeno ho percepito una creatività forzata. Anzi, alcune di esse univano la forza dell’immagine luminosa a quella del potere della parola, come la scritta di un verso del corano in caratteri arabi luminescenti: una stridente e suggestiva contrapposizione fra antichità religiosa d’oriente e  moderno strumento d’occidente.

Un’altra opera che ho trovato molto interessante ed anche, in qualche modo, bella è un paesaggio di insegne dismesse.

E’ interessante come dei veri e propri oggetti, grazie al loro significato sociale e storico, riescano ad evocare sensazioni lontane dal loro specifico utilizzo pratico e dalla semplice sensazione di niente che ci suggeriscono nel quotidiano. Come se ogni volta gli autori riuscissero a manifestare, attraverso una specifica manipolazione di questi materiali, il background di sapienza umana e le conseguenze sulla coscienza, che soggiacciono dietro alla loro esistenza.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Si vverte  molto la forza della parola che diventa immagine e della luce che agisce nello spazio.

Ciò che anche mi sorprende è che, come per la maggior parte delle opere artistiche, la loro visione diretta è di fondamentale importanza: qualsiasi altro mezzo (foto, cataloghi) non riesce a rendere l’idea dell’impatto visivo nello spazio, viene sminuita quella forza evocativa di cui parlavo e, con essa,  la possibilità di una vera partecipazione, di un coinvolgimento che in effetti cresce lentamente man mano che si passeggia fra questi molteplici e multiformi soggetti-oggetti.

Dafne

Emozioni alla Galleria Borghese

Non vengono facilmente alla mente le parole per descrivere la Galleria Borghese di Roma. Posso dire che si tratta di una immersione di due ore nella vera Arte: attraverso la visione delle opere esposte rimangono incise nel visitatore impressioni che si tramutano in sentimenti che avvicinano ad uno stato di appagamento derivante dalla forza e dalla bellezza indiscutubile delle opere. Non si tratta di farci un’opinione su ciò che vediamo: il dirompere delle forme e dei significati nelle forme, sopravanza i nostri pensieri; il fascino del passato anticipa ogni nostra razionalizzazione, l’esperienza estetica che facciamo ci piace, ci piace e basta senza poterne spiegare i motivi a dimostrazione che un qualcosa che attraversa l’Arte accomuna gli uomini; l’esperienza dell’arte va a toccare un nostro nucleo comune, forse il nostro senso interiore della vita, il senso del suo passaggio e corruttibilità e la reazione di stupore e fascino deriva dal contrasto con la bellezza eterna che l’arte è riuscita a produrre.

Vorrei ricordare visivamente le opere di Gian Lorenzo Bernini, compiute già all’età di 25 anni.  Osservando, anche liberi da conoscenze storiche, le opere del Bernini, si può avvertire che esse non parlano solo della loro epoca, ma si aprono trasversalmente per farci porre domande sul significato dell’arte, del sapere, del sentimento, della bellezza, quindi su temi generali, prescindendo dal periodo storico in cui collochiamo l’opera. Se pratichiamo, in questo modo, il sentimento del bello si intuisce che la comprensione e la sensazione del bello stimolano il sentimento, dandoci serenità.

Non posso descrivere le statue viste se non con poche parole: il David è forte e impetuoso, la torsione del suo corpo e l’espressione contratta del viso contribuiscono a farcene sentire viva la presenza, Apollo e Dafne appaiono all’improvviso nella loro levità ed esprimono tante emozioni (l’amore, la paura, la fuga, il senso della natura), Il Ratto di Proserpina affascina per la morbidezza del marmo che si fa complesso, si torce, si avverte la tensione del momento e si respira aria di mito, infine nell’ Enea e Anchise ammiriamo la forza del sentimento filiale ed entriamo nel vivo dell’Eneide.

Sono le sculture che più mi lasciano stupita ed ammirata, e la visione reale di quelle della Galleria Borghese, sebbene viste innumerovoli volte sui libri, è sorprendente.

Vorrei ricordare visivamente anche l’opera di Antonio Canova, la statua di Paolina Borghese Bonaparte. Anche in questo caso le parole non sono sufficienti a descrivere la fatale impressione che si prova all’ingresso della stanza che la ospita. Appena entriamo la scorgiamo da dietro, morbida col suo mezzo sorriso fra il fiero ed il compiaciuto. Emana tutta la bellezza classica che il Canova ha voluto fermare nelle pieghe delle vesti, nei riccioli dei suoi capelli, nella posa tenue scolpita nel marmo rosato.

La scultura, più di tutte le arti, ci impegna percettivamente, lo spazio è occupato tridimensionalmente e ci permette un accostamento fisicamente più coinvolgente. Inoltre si avverte maggiormente il potere della materia, o meglio, il potere che l’artista ha avuto su di essa, spiritualizzandola fino a farla diventare idealizzazione.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Nelle prime sale della Galleria Borghese troviamo diversi  dipinti del Caravaggio che si manifestano in tutta la loro potente vitalità ed umanità. Il Bacchino malato, Giovane con canestro di frutta, San Giovanni Battista, Madonna dei Palafrenieri, San Girolamo scrivente, David con la testa di Golia. E’ suggestivo soffermarsi a pensare di averli proprio lì davanti a sè con i loro rossi e neri, cupi ma non di una cupezza morta: i colori, le forme  e la visuale sono quelli di un giovane  pittore rivoluzionario. Ed è superfluo aggiungere che qualsiasi immagine riprodotta non può che servire da appunto, da promemoria per ricordare che solo la vista diretta di queste opere arriverà a stimolare la nostra immaginazione come niente altro può fare.

La galleria Borghese è ancora molto di più di questo e quelle appena descritte fanno parte della collezione di opere d’arte contemporanea (di quel tempo, il 600) voluta dal Cardinale Borghese al quale si affianca una affascinante e preziosa raccolta archeologica. Un “posto” da visitare e ancora visitare.

Una volta usciti da questo imperdibile Museo, scrigno di suggestioni, abbiamo il dovere di ripensare, sedimentare, fare un lavoro su di noi per cristallizzare le impressioni ed i sentimenti avuti per ritrovarli poi, ancora, dentro di noi.

Dafne

“Pollo alle prugne” di Marjane Satrapi

Marjane Satrapi è bravissima nel narrare con toni fantastici e suggestivi una vicenda d’amore nella Teheran degli anni 50, senza però farci fermare alla vicenda personale dei due protagonisti, ma allargando il nostro sguardo su temi generali inerenti la libertà e la sofferenza che ne deriva quando essa è negata, in ogni campo dell’agire umano.

In fondo è solo una storia d’amore, mancata, non vissuta. Del resto come ogni bel film o bel libro, non è solo la trama a dare vigore agli avvenimenti descritti, a renderli interessanti. Ad arricchire il sentimento e renderlo più complesso, se non superiore, c’è il fatto che lui è un violinista, e che il suo sentire musicale si intreccia con la  vita e con il suo amore mancato.

L’amore non si realizza:  il padre di lei non vuole questo matrimonio. Rimaniamo sconcertati dalla devozione al padre da parte della ragazza  che per non dispiacerlo rinuncia alla sua realizzazione. L’amato, affranto, si rifugia nella musica raggiungendo vette espressive altissime proprio in virtù di questa sofferenza. La musica che esce dall’amatissimo violino, datogli in dono da un sommo maestro, è l’unico motivo della sua vita e l’unico, se pur irreale, contatto sentimentale con l’amata.  Sottotraccia, si avverte l’intento di mettere in evidenza l’ingiustizia del non potersi esprimere nei propri sentimenti e nella propria arte, costringendo chi è privato della propria libertà esistenziale a lasciarsi morire o a costruirsi un proprio eden interiore.

Questo non basta a raccontare il film, perchè vi è, in tutto il suo impianto, un’originalità difficile da descrivere. E’ un film lieve, gentilmente ironico, contaminato da vari stili grafici,  che non segue una scontata linearità temporale, ma dove alla fine tutto si ricompone dandoci la giusta visione d’insieme.

Qualcosa di nuovo finalmente, da vedere, per non perdere la ventata di freschezza.

Dafne

Sergio Scatizzi (1918-2009), un pretesto per una riflessione

Sergio Scatizzi, pittore toscano, è morto nel 2009. Dicevano di lui:

“Scatizzi è amico di poeti e letterati da sempre. Forse è un modo di essere. Piace ai poeti, forse perchè totalmente pittore”

Mi piacciono di lui le nature morte, dipinge tante nature morte, soprattutto fiori e frutta. Credo che sia qui che si manifesti parte del suo modo di essere.  L’impressione che a me deriva da questi soggetti è di grande comunicatività, varietà di contenuti e stati d’animo.  Sento degli eccessi attraversare questi dipinti, degli eccessi di passione.  Maggiormente in quei dipinti  che sono ricolmi di materia, di tempera ad olio che fuoriesce dal piano della tela,  veri e propri grumi di colore, e ancora di più: onde di materiale modellato dal pollice del pittore o dalla sua larga spatola.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Scatizzi  riesce a manifestare il proprio tormento – che è  ricerca della strada per una  possibile manifestazione della propria espressività-  toccando, plasmando, modificando la materia, stravolgendo, fino a decomporla, l’innocente composizione di fiori che presa dalla realtà  diventa  strumento e pretesto espressivo, attraverso il quale  può specchiarsi totalmente l’animo dell’artista.

La natura morta non contamina l’intenzione pura dell’artista come può accadere in un ritratto; è vero che da tale contaminazione può scaturire una forma espressiva potenziata, arricchita, una descrizione della realtà che diventata  abbraccio, intreccio, fra chi posa e chi ritrae, ricerca da parte dell’artista dell’essenza umana dell’altro, ma non lascia solo a se stesso lo sguardo e l’animo di chi compie l’opera.   Nello stesso modo la potenza del paesaggio, la sua mutevolezza istante dopo istante, agisce sul pittore creando di nuovo un reciproco movimento, uno scambio continuo e biunivico che di  nuovo non consente vera solitudine. Invece gli immobili mazzi di fiori e le ceste di frutta dimenticate, vivono unicamente dello sguardo di chi li vuole interiorizzare, modificare, lavorandoci con  mente-animo-mani come un tuttuno, trasfigurandoli apertamente  fino a farli diventare rappresentazione del proprio sè emotivo ed artistico, e lo spettatore è adesso nella condizione di guardare, attraverso soggetti “neutri”, la profondità dell’artista.

Nel caso di Scatizzi, le sue nature morte mi suscitano emozioni variegate, contrastanti, non leggere. A volte la levità dei colori contrasta con la densità della materia, altre volte la materia è così tanta e così plasmata in tante diverse direzioni da lasciar solo intuire la presenza di gruppi di fiori, come se il pittore volesse in qulche modo dissacrare la loro immagine di primaverile dolcezza. Si sente una rabbia, o forse solo una forte, potente volontà.
Concludo con le parole delle stesso pittore:

“Un cammino, il mio, pieno di furori intellettuali e di arrovellamenti formali, tutte cose che hanno segnato nel bene e nel male gran parte della mia generazione: col sentimento delle cose e della realtà, privo di ideologismo, mi sono avventurato quant’anni fa, ingenuo sino alla nudità, nel difficile cammino dell’arte, fidando del solo impegno possibile, che ho sempre consideratoil solo valido, quello del proprio trasporto sentimentale”

Dafne