Month: giugno 2012

Tzvetan Todorov ed il posto della bellezza

Sembra che nella confusione dei nostri giorni sia difficile scorgere un sicuro concetto di bellezza se vogliamo riferirlo all’arte contemporanea. Sembra che dovremmo arrivare a dire che arte contemporanea è anche un gesto, uno scambio di sguardi o tutto ciò che ci produce emozione. E’ certamente impresa ardua voler fare chiarezza dentro di noi su un concetto già tanto dibattuto e mutevole nei tempi come quello della bellezza, ma è interessante in questo modo ricordarne la natura impalpabile, come un qualcosa che, in assoluto, possiamo giusto intuire, ma non descrivere o spiegare.

Il tentativo di riflessione mi nasce dalla lettura di un intervento di Franco Marcoaldi su R2Cultura di giovedì 21 giugno 2012: è uno sforzo mentale quello a cui ci sottopone Marcoaldi con la sua intervista a Tzvetan Todorov, ma lo fa, lo fanno entrambe, con semplicità, come se stessero parlando dei più ameni argomenti, una domanda dopo l’altra in un cortiletto deserto e silenzioso alle spalle di un bar di Parigi.

Todorov spiega  come l’uomo contemporaneo sia lontano dalla bellezza intesa come ricerca del contatto col trascendente, come accadeva prima della modernità quando l’arte veniva vissuta dall’uomo come un tramite, attraverso l’esperienza estetica, per giungere al Bene Assoluto, e forse a Dio. Certo, in passato questo tipo di ricerca era riservata a chi non aveva problemi materiali o contingenti, ma adesso che tutti abbiamo il tempo da dedicare al nostro spirito, o quantomeno alla parte astratta di noi, ecco che l’arte non rimane relegata in luoghi fisici o piccole porzioni di società. Adesso tutti abbiamo diritto al nostro piccolo spazio metafisico, filosofico. Ma cosa sarà successo? Forse la cosìdetta Arte ha dovuto abbassarsi al mio, nostro livello di percezione, per raggiungerci? L’Arte ci capita davanti tutti i giorni? E’ quella l’ Arte?

Ecco la riflessione di Todorov:

Mentre lungo tutta la modernità bellezza e arte sono andate a braccetto, nel postmoderno lo scenario cambia radicalmente. Non si parla neppure più di arte: si preferisce usare termini come performance, gesto, azione. Naturalmente non è da escludere che si sia finiti su un binario morto e che presto o tardi si imboccherà tutt’altra strada”

Capiamo che questi dubbi non possiamo scioglierli noi che stiamo vivendo e fruendo di queste nuove forme artistiche e che è già un buon vivere essere consapevoli di star navigando a vista in questo mare senza la pretesa di giudizi o analisi definitive. Fra i vari concetti che esprime Todorov quello che più mi affascina è l’idea di “cura del mondo” come manifestazione del legame esistente fra estetica ed etica.

Todorov afferma che quando un artigiano, così come un artista, prova un’ emozione estetica nell’azione che compie questa, oltre che un valore estetico ha anche un valore etico, proprio perchè in questo gesto, in questa azione “c’è un segno di rispetto per il mondo, che riveste una valenza morale”. E che l’arte contemporanea non è più, o non è solo “vedere” e “pensare”, ma “sentire”, e Todorov considera che la sensazione e l’emozione siano già validi indicatori di bellezza.

“..può anche essere che la bellezza si sia rifugiata in altre attivtà, prive di riconoscimento. Come ci insegna il pensiero orientale la possiamo trovare anche nei gesti minimi della quotidianità:curare un giardino, comporre un mazzo di fiori, impacchettre con cura un oggetto possono produrre emozioni estetiche altrettanto intense. Questo per dire che se l’arte è soggetta a mutamenti storici, purtuttavia, sempre e comunque, ciascuno di noi può sollevare gli occhi al cielo ed essere scosso dalla bellezza. Perchè è un sentimento intrinseco alla natura umana.”

Allora sembra che Todorov dica che tutti noi siamo capaci di capire l’arte e coglierne la bellezza dato che tutti siamo capaci di “sentire” e nel dire questo ho l’impressione che il nostro indiscusso intellettuale ci consideri, teneramente, dei bambini da prendere per mano e condurre verso nuovi modi di percepire sia l’arte che la bellezza.

Dafne

Zygmunt Bauman: la cultura e la morte

L’attuale fioritura di un’arte e di un pensiero anziani pare legata al tema contemporaneo dell’assenza dei padri, che ci porta a dare massima fiducia ai nonni“.

Questo è uno stralcio dell’intervento di Stefano Bartezzaghi  “Il pensiero anziano” sulla sezione Cultura di Repubblica del 3 giugno 2012. E’ proprio il senso di fiducia incondizionata nei confronti di quei grandi vecchi e delle cose di cui parlano, che ci consente di abbandonarci alla riflessione che uno di loro, Zygmunt Bauman, suggerisce. Una interessante e difficile riflessione sulla questione della mortalità, della cultura e dell’arte.

Prima però trovo che sia importante soffermarci su quel senso di fiducia che ci fa provare un rispetto immediato verso le parole di loro, gli ultraottantenni di cultura. Cosa troviamo nel loro pensiero che ci convince ad ascoltarli? Credo che li percepiamo come personalità sfuggite alle imposizioni economiche e sociali da cui sia noi che i nostri “padri” siamo, bene o male, condizionati. Li sentiamo gli ultimi uomini mentalmente liberi il cui pensiero è in grado di svelarci parte della vera natura dell’uomo, prima che venisse corrotto dai subduli condizionamenti di tutto ciò che ruota attorno allo strisciante materialismo in cui viviamo, tenuto in vita dal potere del denaro.

Ecco quindi spiegato, a sommi capi, da dove nasce il grande senso di rilassatezza che le parole del famoso sociologo polacco ci procura,  pur trattando temi scottanti, come la morte,  la finitezza dell’uomo: abbiamo fiducia, nella sua saggezza e nella sua libertà.

Trovo  molto interessanti alcuni termini che Bauman utilizza quando vuole spiegarci l’intreccio teorico che scorge fra cultura (arte) e mortalità. Ecco cosa ci dice:

A causa della presenza costante dell’idea della morte nella nostra vita, impariamo a riflettere sul suo significato: Schopenauer ci ha insegnato che senza morte non ci sarebbe la filosofia. Io dico che non ci sarebbe neanche la cultura, quella trasgressione tipicamente umana alla natura, ovvero il sedimento del tentativo senza sosta di rendere la vita vivibile nonostante la consapevolezza della mortalità

Fra le tante parole che possono descrivere l’arte e la cultura, quelle di Bauman “trasgressione umana alla natura” suggeriscono la necessità del senso di ribellione che l’uomo, se vitale, libero ed autonomo deve possedere; ciò fa pensare che sia l’intellettuale che l’artista possiedano questa precisa caratteristica che, attraverso i pensieri e le opere, deve in qualche modo contaminare ed incidere sul pensiero degli altri uomini, suoi contemporanei o meno.

La trasgressione come forma mentale, continua ricerca di posizioni nuove nel mondo, la  trasgressione come non accettazione di una condizione, una sorta di inconsapevole ribellione alla natura che consente ad alcuni  di attivare circuiti interiori che portano ad espressività le quali, formandosi lentamente e dal profondo delle emozioni devono poi, incontenibili, in qualche modo fuoriuscire attraverso pensieri strutturati od opere visive, fruibili all’esterno.

L’altro termine che mi colpisce è sedimento. Sembra preso a prestito da un altro comparto delle attività dell’uomo, un comparto non teorico ma pratico, effettivo, materiale, affatto astratto. Inoltre è come se la cultura, così descritta, ovvero come sedimento, fosse un effetto secondario di attività umane svolte senza preciso scopo. E credo infatti che il fascino ed il segreto della cultura e dell’arte stia tutto lì. La non finalità, il non sapere dove l’attività della mente ti può portare, la pura speculazione, il fare ed il pensare per la sola insopprimibile necessità di farlo tipica dei veri intellettuali e dei veri artisti. In netto contrasto, ancora, con lo stile della nostra società. Ed ecco quindi, di nuovo espresso, il concetto di trasgressione. La parola sedimento  suggerisce anche un altro significativo concetto, quello di stratificazione, di lenta apposizione, di continuo accumulo, come continua ed indefessa è l’attività di che vive in questo tipo di trasgressione alla natura, non cedendo nè alla finitezza dettata dalla natura stessa nè alle finalità dettate dalle storture della società.

Dafne

“Persecuzione” di Alessandro Piperno

In realtà non ho ancora finito di leggere questo primo volume del dittico “Il fuoco amico dei ricordi” (il secondo volume è “Inseparabili”), ma le caratteristiche di questa coinvolgente narrazione non  rendono indispensabile averne finito la lettura, anzi, forse è giusto parlarne proprio prima della fine. Infatti è al termine del libro che si verrà a conoscenza del destino del protagonista, lo stimato oncologo pediatra Leo Pontecorvo e non è la soluzione finale che lo scrittore Piperno avrà dato al suo romanzo a poterne cambiare l’impressione ed il giudizio, anzi, il non sapere ancora cosa ne sarà del noto medico, emblema della buona società con moglie e due figli, vacanze al mare ed in montagna, rende più agevole il parlarne, dato che ancora non sappiamo come la comunità, e quindi ciascuno di noi, abbia deciso di giudicarlo: il nostro stimato, colto, interessante professionista è accusato di aver molestato una incauta dodicenne, oltretutto fidanzatina del suo secondogenito. Però in parte si tratta di  un equivoco, ed in parte di situazioni non spiegabili ai propri simili con le parole ed i normali canali comunicativi.  E’ così che si avverte una sorta di pudore, di umano rispetto, che impedisce di mettere in piazza il finale della vicenda, lasciando in sospeso la conferma della verità e quindi il giudizio su una persona, questa persona-personaggio che è un po’ diventata nostra amica proprio grazie al canale privilegiato attraverso il quale ci è dato di conoscerla.

E’ proprio su questo livello che agisce la sapiente scrittura di Piperno. Lentamente ci rende partecipi della vita interiore ed esteriore del suo personaggio, dei suoi pensieri come dei suoi retropensieri, delle sue azioni razionali come di quelle che nascono prive di presupposti e di logica, crediamo e ci facciamo forti delle sue certezze e nello stesso tempo non ci stupiamo troppo delle difficoltà del suo agire che a volte sembra inconsapevole se non addiruttura infantile. In definitiva lo capiamo, e non riusciamo a giudicarlo, noi che leggiamo il romanzo, come invece riesce a farlo il mondo esterno a lui (racchiuso nelle pagine del libro) le persone a lui vicine e la società tutta, prima ancora che lui possa parlare, dire la sua. Perchè noi non siamo in grado di essere altrettanto certi di ciò che pensiamo di lui? Deve trattarsi dell’abilità dello scrittore nel raccontarci le tante sfumature dei pensieri di questo uomo che cambia la sua visione delle cose, la sua personalità e persino il suo aspetto fisico nel corso delle 400 pagine del libro e noi, spettatori di questo inesorabile e doloroso mutare di animo e di prospettive di un uomo non possiano che sospendere il giudizio su di lui, e piuttosto osservare con occhio critico la società che lo sta giudicando con i parametri scabri della logica, insufficienti a descrivere le complessità di una vita.

Una bella lettura, ricca di spunti di riflessione ed una bella scrittura,  non avara.

Dafne

“Una forma di magia” di Pablo Picasso

         

E’ interessante il percorso artistico a ritroso di Pablo Picasso, iniziato nel 1906 quando si scoprì affascinato dalla scultura africana e polinesiana. Ce lo spiega lui stesso in “Una forma di magia – Pensieri sull’arte”, uno di quei piccoli quaderni con testi inediti e rari del Novecento editi da Viadelvento Edizioni.

I  nuovi ragionamenti sulla sua ispirazione e sulla sua vocazione artistica nascono in seguito ad una visita al Museo Trocadero. In quel museo Picasso provò sensazioni contrastanti che lo spinsero a chiarire a se stesso la sua natura artistica e la sua poetica. Fu come una rivelazione da cui scaturì una nuova spinta, gli fu possibile riconoscere a se stesso un sotterraneo spirito di rottura rispetto ai canoni fino a quel momento adoperati:

Quando ho scoperto l’arte negra, e ho dipinto quel che si dice la mia epoca negra, era per opporsi a ciò che nei musei era indicato come “bellezza””.

In questa frase credo che si celi tutta la forza emotiva di Picasso, la sua originalità , la nascita della sua capacità espressiva. La  sua è la necessità di opporsi a quello che comunemente riteniamo ‘bellezza’, non per eluderla o non riconoscerla, ma per trovarne una manifestazione diversa, scomponendo interiormente i flussi sensoriali ed emozionali di una percezione per riproporli trasfigurati in una vera opera interiore, che tiene conto di tutti gli aspetti di un vissuto privato. E l’artista può restituirceli senza necessariamente arrivare a farci comprendere la sua visione, piuttosto a farci vittime di un rapimento.  Ancora le sue parole :

 Capire! Si tratta proprio di capire!…da quando un quadro è una dimostrazione matematica? Non è destinato a spiegare (a spiegare cosa? mi chiedo) ma a far nascere delle emozioni nell’animo di chi osserva. Bisogna fare in modo che un uomo non resti indifferente davanti a un’opera d’arte, non passi gettando solo un colpo d’occhio negligente…Bisogna che sussulti, si commuova […] dovrebbe essere strappato dal suo torpore, scosso, afferrato alla gola affinchè prenda coscienza del mondo in cui vive e, perciò, senta il bisogno di distaccarsene subito”.

Mi piace molto quando Picasso afferma che non considera la pittura come un processo estetico, ma una forma di magia che si interpone fra l’universo ostile e noi, come a dire che la pittura, e l’arte in genere, non possono che derivare da una sensazione di disagio nei confronti del mondo che ci circonda, da una sottile, esistenziale sofferenza che porta, chi ne ha gli strumenti, a dare forma alle personali paure e desideri per poterli, alla fine, esorcizzare. Questo vide Picasso nelle maschere africane: non degli oggetti etnografici ma  forme di mediazione tra gli uomini che le avevano realizzate e le forze ignote, fonte di soggezione, da cui si sentivano attorniati. Un modo per dominarle, per dominare ed esplicitare la propria esistenza.

Un pensiero affascinante, che ci avvicina alla sfera dell’ispirazione artistica di Picasso e ci consente di avere uno sguardo più consapevole guardando le sue opere. Si comprende bene, a questo punto, cosa intendesse quando negava che la sua pittura soggiacesce a processi estetici ma fosse spinta da altre forze.

Come non fermarsi a riflettere sull’intera sua personalità di artista quando afferma che “Les demoiselles d’Avignon dovevano nascere quel giorno [il giorno della visita al Trocadero], ma non certo a causa delle forme: perchè era il mio primo dipinto di esorcismo”.

In questo dipinto c’è stato chi ci ha visto i primi tratti di cubismo, ed è certamente così, e chi ci ha visto gli influssi dell’arte negra, ma Picasso lo nega, lo nega nella misura in cui rivendica di aver dipinto un naso di profilo in un volto di faccia, con queste parole : ” Hai mai visto una sola scultura negra, una sola, con un naso di profilo in una maschera di faccia?”  Lui, realizzando questa tela, si è liberato da qualche pensiero od ossessione da cui si sentiva posseduto, o forse da una speciale forma di energia da cui altrimenti non poteva liberarsi.

Intuisco adesso, se pur alla lontana, l’origine del fascino che scaturisce dai suoi ritratti, l’anomalo senso di bellezza che producono, il percepire l’artista dentro alle linee della persona ritratta, vedere i suoi occhi  trasfigurati da una sensibilià altra, sconosciuta, guardarla, osservarla, scomporla e ricomporla.

L’arte e la vita si dipanano, nella vita dell’artista, influenzandosi continuamente, in un tutt’uno indistinto: “Io dipingo come altri scrivono l’autobiografia. Le mie tele,  finite o no, sono le pagine del mio diario, e in quanto tali hanno valore. Il futuro sceglierà le pagine che preferisce. Non tocca a me fare la scelta”

Si ha l’immagine di un uomo totalmente preso dalla sua vita-lavoro, indifferente all’aspetto funzionale o estetico delle sue opere se dice “Sono giunto al punto in cui il movimento del pensiero mi interessa più del pensiero medesimo”.

Da questa ultima affermazione si intuisce quanto la pittura possa considerarsi (come le altre arti) alla stregua della filosofia o della poesia che ci portano, quando vogliamo soffermare il nostro sguardo e la nostra mente, a fare ogni volta un passo avanti verso un pensiero più ricco e complesso. Si tratta di praticarle e viverle nelle forme in cui a ciascuno è concesso.

Dafne