“Otello” Balletto di Roma – coreografie Fabrizio Monteverde

Otello, interpretato dal bravo Vincenzo Carpino, è grandissimo, statuario e si offre al pubblico completamente nudo all’inizio dello spettacolo, forse ad anticipare la passionalità dell’azione che sfocerà in tragedia. La scelta del coreografo arriva allo scopo: impressionarci istantaneamente, non per gradi e senza farci ragionare, per la forza fin troppo esplicita di quell’immagine. Si può riflettere su quanto possa essere eccessiva la chiara scelta ad un richiamo subito erotico, come se anche nella danza si fosse insinuata la precipitosità espressiva dei tempi che stiamo vivendo.

Allo stesso modo l’intera coreografia è improntata su una forte fisicità, soprattutto maschile, dove la donna è asservita all’uomo, i suoi movimenti ne dipendono. Tutto questo, e la sensazione che ne deriva, è funzionale a farci intuire la trama della tragica vicenda a tre (Otello-Jago-Desdemona), cosa non facile trattandosi di un balletto. La sensualità delle danze e della musica rende evidente il filo conduttore della storia, ovvero la dipendenza psicologica fra i tre personaggi, e le reciproche e recondite passioni.

La principale osservazione da fare sul Balletto di Roma, e sulle coreografie moderne in generale, è che spesso si cammina sul sottile confine tra atletismo ed arte. Anche durante questo spettacolo, a volte, pare di assistere a prestazioni fisiche, prodezze atletiche e non veniamo emotivamente coinvolti: ci concentriamo sui corpi, sui movimenti, notiamo la bravura e la perfezione di esecuzione di ballerini e ballerine, con sguardo ammirato ma distaccato. E’ solo quando non ci accorgiamo più di gambe e di braccia, e non pensiamo più alla loro capacità di esecuzione, che i ballerini stanno veramente esprimendo il loro essere artisti: siamo coinvolti, ci sentiamo in mezzo a loro, partecipi di un unico insieme fatto di musica, movimento e spazio ed altri elementi che non riusciamo più a distinguere gli uni dagli altri. La mente è libera, la nostra percezione è cambiata e sganciata dal tangibile, riceviamo moltecipli suggestioni di cui non sappiamo con precisione l’origine. Assistiamo al tutto dimenticando la nostra parte razionale, infatti è qualcos’altro che ci consente di godere dell’espressività della danza, quando questa riesce a regalarci delle sincere emozioni.

L’ “Otello” del Balletto di Roma ha avuto degli alti e dei bassi: ci sono stati momenti di freddezza esecutiva, ma nell’insieme ha prevalso l’enfasi artistica che si è benissimo accompagnata a quella delle musiche di Dvorak. Le scenografie e le luci hanno amplificato l’atmosfera da dramma: rosso e nero i colori prevalenti. L’originale ambientazione sulla banchina di un anonimo porto di mare, sta forse a rappresentare l’imprevidibilità delle situazioni, la non conformità, l’inconsuetudine, la possibile violenza delle azioni, il luogo delle diversità, così come è diverso il nero Otello.

Bellissimo il finale, quando il palco è apparso per metà coperto da un drappo rosso e Desdemona, seminuda e morente, viene inutilmente sorretta e pianta da Otello, pentito e disperato.

La danza riesce, spesso più di altri mezzi espressivi, a mettere in scena in modo convincente ed emozionale le più significative opere creative che narrano di forti vicende umane, per il fatto di essere linguaggio corporeo, non mediato dalla parola, quindi più diretto, originario.

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