Month: aprile 2012

Nudo artistico con pesce

Equator-cover

Non si rimane indifferenti nel guardare questa immagine. Ma dobbiamo bene capirne il perchè. La sensazione che suscita non è netta, e lascia insoddisfatti, in sospeso. Forse si tratta di un’immagine non onesta, ma non è detto che sia così. 

E’ una bellissima fotografia, in bianco e nero, scattata dal fotografo italiano Gian Paolo Barbieri , l’immagine è studiata, ricercata, volutamente ambigua, chiaramente attraente se non altro per la stranezza del gesto del modello. Che è nudo. E’ vero che era il 1999 e che Gian Paolo Barbieri ha realizzato molti altri bellissimi scatti di nudo sia maschile che femminile, ma questo non impedisce di provare a fare osservazioni su questo tema.

Il tema del nudo, del nudo maschile, è assai interessante da sviscerare soprattutto se consideriamo l’inflazione di quello femminile. Ed è interessante il cercare di capire come viene di volta in volta rappresentato e le impressioni che ci suscita. In particolare questa immagine racchiude in sè alcune delle contraddizioni, dei dubbi e delle insicurezze che ne compromettono una sua chiara rappresentazione.

Sarebbe importante, quando guardiamo un nudo maschile, non avvertire una impressione di falsa reticenza, quanto piuttosto osservare un’immagine che non lasci adito a dubbi; ad esempio in questo caso, non si è riusciti a dire chiaramente che il protagonista di questa foto voleva essere il sesso maschile, però non si è riusciti a rappresentarlo, solo a evocarlo. Inoltre la possibilità seduttiva del corpo dell’uomo è  sminuita, resa farsesca dalla presenza dell’animale. In questo modo si contrappone, concettualmente, il ruolo ed il significato del corpo maschile a quello femminile, quando in natura, nei corpi in sè, questa differenza non c’è, e se la percepiamo è perchè ci è stata imposta da una mentalità “di genere”.

L’arte contemporanea, in particolare quella fotografica, potrebbe essere un mezzo per allontanarci da questo equivoco e mettere in evidenza la totale affascinante uguaglianza delle due potenzialità espressive, che certamente avranno una loro diversità comunicativa.

Questa immagine ad un primo impatto ci lascia stupiti o perplessi per la commistione di specie (l’uomo e il pesce) e viene da chiederci subito il significato di questo strano accoppiamento. E’ proprio insolito, bizzarro ma non audace. Si può anche provare un certo fastidio per un senso di non riuscito, per un senso di mancanza di un qualche cosa che potrebbe essere il coraggio, o la sincerità. O per una manifesta volontà di ironia fuori luogo. Perchè non mostrarci l’uomo di fronte, in tutta la sua forte presenza? Perchè far ciondolare la coda dell’animale fra le gambe dello scultoreo modello? Perchè voler sminuire l’impatto sensuale di un nudo maschile? Perchè indurci ad una sensazione che si trova ai limiti fra ridicolo e paradosso? Forse perchè si tratta di un uomo che ritrae un altro uomo, e proprio questo potrebbe rappresentare il limite, che deriva da una impossibilità di scoprirsi emotivamente, di riconoscere le proprie vere intenzioni. Voler sviare il pensiero dell’osservatore dal nucleo centrale che concerne il tema del mistero della naturalità (il corpo nudo) che diventa fascinazione, tema mai occultato quando il nudo è femminile. Ma potrebbe anche non essere così.

Ciò che è certo è che se lo scatto fosse stato fatto di fronte, con l’uomo che solleva l’animale con le braccia, l’effetto sarebbe stato più dirompente e concreto. Questa immagine, certamente ineccepibile, rimane astratta, estranea alle possibili suggestioni che il nudo artistico, una posa, possono suscitare. Ma potrebbe anche essere che l’autore, in questo caso, cercasse proprio questo.

Dafne

Il trionfo della frivolezza secondo Mario Vargas Llosa

Quantomeno è consolatorio sapere che il premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa, da un po’ di tempo, ha la spiacevole sensazione di essere preso in giro. Lo scopriamo grazie ad una intervista di Jan Martinez Ahrens al letterato peruviano , su “El Pais“. Mario Vargas Llosa ci spiega ampiamente questa sua sensazione nel nuovo saggio “La civilizacion del espataculo” edito adesso solo in Spagna, ma in uscita in Italia per Einaudi.

Lo scrittore spiega al giornalista come avverta, nella nostra società, un’ atmosfera di semplificazione e banalizzazione che, oltre la cultura e la politica, sta investendo anche la sfera dei rapporti interpersonali. Vargas Llosa parla di “frivolizzazione permanente”, che significa non approfondire, significa preferire il galleggiamento, come se l’andare in profondità portasse solo buio, oscurità, fatica e non possibilità di nuova conoscenza e lucidità di sguardo. Auspica un rinnovamento della vita culturale, che significa sperare in una vera cultura vissuta, che agisca fra di  noi, nel nostro quotidiano così da assorbire lentamente gli strumenti per poter distinguere, scegliere, non confondere la periferia con il centro.

Credo che possiamo sentirci più leggeri, in tanti di noi, sapendo che un uomo del calibro di Vargas Llosa ha dato espressione con parole giuste e chiare ad impressioni e pensieri che più o meno vagamente, ma implacabilmente, tanti di noi si sono ritrovati a formulare. La lettura delle riflessioni di un uomo che nei suoi romanzi ha saputo parlare della vita come di una esperienza mirabolante, mai banale, raccontandoci avventure a tutto tondo di uomini e donne, può portare a nuovi e agili ragionamenti da cui partire per poter incidere con pensieri e parole nel nostro dintorno.

Dafne

“Effi Briest” di Theodor Fontane

Se ancora oggi troviamo su uno scaffale di una grande libreria un libro pubblicato nel 1895 un motivo c’è. In questo caso uno dei motivi è, semplicemente, il grande piacere che ancora si prova nella lettura in sè di questo romanzo, al di là della trama e dei significati. Questo vuol dire che la scrittura di Fontane non risente del tempo, e non risente del confronto con i nuovi linguaggi e i nuovi stili di scrittura. Anzi, finalmente, mentre leggiamo il respiro si fa lungo ed ampio e si scivola, senza mai scossoni e astruserie, in una storia di tutti i giorni che lentamente volge al drammatico.

Con tutta la calma che la forza di questa scrittura sobria e profonda riesce a darci ci immedesimiamo nel dramma di Effi, giovanissima spensierata ragazza che accetta di buon grado, ma un po’ per ragionamento ed inesperienza, di sposare il prefetto von Innstetten. Per immaginare il nucleo della trama, basti dire che Effi è considerata la sorella minore di Emma Bovary e Anna Karenina.

Effi, però, non viene turbata nel cuore e nella mente dalle grandi passioni che travolgono nel concreto la vita di Emma ed Anna. Effi è leggera ed eterea anche in questo, Effi ha una sua logica interiore che non prevede sconvolgimenti. Ciò che sarà costretta a scoprire è che la realtà e le vite degli altri non prevedono il suo modo di pensare e di sentire, per questo la sua vita si tramuterà presto in una condanna, fino alla morte per tisi, una morte comunque biologica, naturale e non autoinflitta come nel caso delle altre due eroine.

L’autore ci mette a proprio agio ed in tranquillità descrivendoci senza fronzoli e pedanterie anche le piccole cose che circondano i personaggi così come le ordinarie azioni che compiono. Ad esempio fa soffermare la nostra attenzione sui quattro gradini in pietra che dal terrazzo portano in giardino, oppure sulla vite americana che incornicia la finestra e su cui indugia lo sguardo di uno dei personaggi. L’autore in questo modo ci mostra, pagina dopo pagina, la semplicità esteriore delle esistenze e della natura, ma nel contempo ci fa intravedere le complessità, i tormenti ed i dubbi di tutti attraverso dialoghi e situazioni.

E’ il padre della ragazza, con cui l’autore si identifica, il depositario dell’idea generale del romanzo, della sua sintesi. Infatti più volte, durante alcune conversazioni e in seguito a pensieri messi a confronto con altri, il padre si ritrova a dire queste parole ai suoi diversi interlocutori : “…lascia andare…questo è un campo troppo vasto”. Si avverte che l’uomo sa che la mente non può spingersi oltre certe considerazioni, o forse che sono le parole che non possono riuscire a spiegare certi pensieri, concludendo che è opportuno lasciare andare, lasciare perdere.

E’ proprio questa la frase con cui si conclude il romanzo, e chi legge finisce per prendere atto che non fa parte del gioco (della vita) pretendere di comprendere e spiegare tutto quello che noi (e gli atri) viviamo, o almeno così è in questa storia.

Dafne

“Melancholia” di Lars Von Trier

Alla fine del film si comprende quanto sia stato forte il desiderio di Lars Von Trier di esplorare particolari stati d’animo, quelli che si trovano ai limiti di una chiara percezione. Sensazioni e vissuti, probabilmente da lui personalmente sperimentati, solitamente difficili da esprimere e spesso banalizzati attraverso le parole. Solo la vera letteratura ed il vero cinema possono riuscire in questo intento. Lars Von Trier ci è riuscito con la macchina da presa e con la “creazione” di un personaggio (Justine) e di un oggetto cosmico (il pianeta Melancholia). Non è un film sulla vita e la morte o sulla fine del mondo, è qualcosa di più complesso. E’ un film ricco e raffinato nel contenuto e nella forma.

E’ Justine l’unica vera protagonista. Tutto tende a portarci verso Justine, a farci avvicinare al corpo ed alla mente di Justine. Se inizialmente proviamo le umane sensazioni di stupore, di paura e di fascinazione che gli altri personaggi manifestano nei confronti del bellissimo pianeta che sta facendo la sua danza della morte attorno alla Terra, lentamente il regista riesce a farci superare quel punto di vista  per condurci a immedesimarci in Justine, a farci comprendere il suo disagio nei confronti della vita e della Terra. E’ affascinante percepire la totale sintonia fra Justine ed il Pianeta, come se lei si fosse in qualche modo riconosciuta in lui, come se lei attraverso di lui avesse trovato il senso alla sua vita, o alla sua non vita, o comunque la sua posizione.

Justine, in fondo, è l’unico personaggio veramente libero di agire e di manifestare le proprie emozioni o non-emozioni; l’unica, fra tutti, a non sentire di dover ricoprire un ruolo prestabilito. Come se la sua condizione di malinconica, di depressa, fosse quella che rende più veri, più liberi di sentire: la libertà di soffrire, la libertà di rifiutare, la libertà di agire sembrano quindi concesse solo a lei, alla “diversa”.  Proprio questo potrebbe essere uno degli argomenti che il regista  intende esplorare attraverso la particolare condizione psicologica di Justine, descritta metaforicamente tramite l’estenuante attesa di  un evento finale, che può compiersi oppure no. Da questa incertezza si svelano i sentimenti e le debolezze di ciascuno dei personaggi nei quali di volta in volta ci identifichiamo. Ma è  Justine che più di tutti attrae la nostra attenzione, perchè è l’unica a non avere una reazione meccanica, è l’unica a lasciarsi liberamente assorbire dall’evento, quasi rendendosene complice. Si recepisce perciò, grazie alla bravura del regista,  il sentimento dell’abbandono alla vita (Justine) contro la rigidità verso di essa (la sorella Claire),il lasciarsi andare per assorbire le emozioni suscitate dagli eventi (Justine) contro la tenacia del voler credere solo a ciò che siamo in grado di prevedere (Claire), per arrivare a concludere che non può esistere una pace interiore costruita a tavolino.

Il film è anche una gioia per gli occhi nelle immagini che ci propone. Gli ambienti sono bellissimi ed eleganti, i paesaggi ammalianti, le luci a volte surreali, i personaggi, ognuno a modo suo, affascinanti,  persino il minaccioso pianeta è bellissimo, suggestivo.  Lo vediamo sorgere da lontano e lentamente avvicinarsi, implacabile. La notte le lune sono due, ed è emozionante vederle, è credibile ed è come assistere ad un vero spettacolo della natura. Lars Von Trier non ha lasciato niente al caso, tutto certamente è voluto così come lo vediamo, fino al minimo dettaglio di ciascun abito, o pettinatura, o espressione o gesto. Utilizza espedienti cinematografici e studiati effetti speciali che amplificano ogni nostra suggestione aiutandoci, anche con immagini metaforiche, a vivere l’atmosfera di sospensione che può sfociare in ansia come in tranquilla accettazione. La macchina da presa a volte è inquieta e ravvicinata, a volte è lontana e lenta. Tutto serve a dire qualcosa. E la musica di Wagner trascina direttamente dentro al film e nel cuore dei personaggi, fino alla fine quando, improvvisamente, tutto si fa muto.

Dafne

La trama del matrimonio – Eugenides Jeffrey

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Protagonisti del consistente romanzo di Eugenides sono Madeleine, Leonard e Mitchell. Tre ragazzi che stanno studiando in un college americano negli anni ’80. Tre anime totalmente diverse che intrecceranno i loro percorsi di vita influenzandosi reciprocamente e aiutandosi, inconsapevolmente, a trovare ciascuno la sua strada.

La forza della narrazione sta nella capacità dell’autore di farti affezionare ai personaggi, facendoli sentire vividi, reali, grazie alla capacità di descrivere oltre alle loro azioni e vicende anche i loro retropensieri. Solo in alcuni tratti la lettura perde forza, ma a partire da prima della metà del romanzo (quasi 500 pagine), il lettore si trova coinvolto dai movimenti interiori dei ragazzi e delle loro intricate vicende di vita, e non può più fare a meno di voler sapere dove le loro svariate esperienze li porteranno.

Il finale non è scontato, e lascia ancora spazio alle possibilità, come è giusto che sia per dei ragazzi al termine della loro formazione universitaria.

Dafne

Nuovi modi di fare arte: la “Galerie le mur blue”

Nuovi modi di fare e proporre arte nelle nostre città. Intendendo per arte il voler esprimere la propria individualità e la personale lettura del mondo che ci circonda comunicandolo agli altri con mezzi e modi del tutto originali e spontanei, scevri da qualsiasi regola o forma con cui siamo abituati a veder proposta l’arte.

Potrebbe trattarsi di un  nuovo fenomeno artistico che riesce ad infrangere la resistenza – dettata dai rassicuranti codici tradizionali – verso più attuali forme di comunicazione nel campo dell’arte, maggiormente coerenti con i tempi che viviamo, e che agiscono in modo diretto nei luoghi di vita vissuta.

Qui non interessano le quotazioni o i vernissage, non interessa sapere chi è l’autore, dove vive, quando è nato. Chi espone alla “Galerie le mur blue” vuole comunicare, esprimere la propria esperienza, far porre domande a chi riesce a soffermarsi a guardare. Sì, perchè questa nuova modalità di esposizione ci coglie così impreparati che passando davanti alla “galleria”, costituita da una vecchia staccionata azzurra, si rischia di vedere e non guardare.

Ma la posizione è strategica: siamo in una piazza del centro di una città di medie dimensioni, per cui gli abitanti – presumibilmente – passerranno più e più volte da lì, e prima o poi oltre che vedere guarderanno anche, perchè questa installazione è in continua progressione, si allarga quasi quotidianamente.

Vi troviamo opere di varia natura: qualcuno provoca la nostra riflessione con suggerimenti tipo poesie, citazioni e moniti di un vissuto quotidiano quali tazzine di caffè o liste della spesa.

C’è chi ci parla di un suo vissuto attraverso un susseguirsi, che diventa sovrapposizione, di immagini fotografiche dalle forti e molteplici suggestioni che danno luogo ad un effetto caleidoscopico, dove non sono le forme che cambiano attraverso i movimenti, ma è il pensiero di chi guarda che viene indotto ad un movimento interno per le svariate composizioni mentali che si possono creare in ciascun passante/osservatore. Ecco quindi che la ricerca e l’espressione personale diventano efficaci nel risvegliare l’attenzione e nel condurre ad una osservazione riflessiva che può diventare introspezione.

C’è chi ci induce  a soffermarci sul posto, in osservazione, per l’effetto ipnotico della ripetizione di una immagine che non si manifesta subito chiaramente, richiedendo una sosta più attenta.

Il valore aggiunto e insito in questa installazione, deriva dalla semplicità sia dei materiali utilizzati che delle azioni necessarie a realizzarla, oltre che dalla familiarità del luogo dove si trova.

Semplicemente sorprendente.

Dafne

“Sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello regia di Giulio Bosetti

Finzione e realtà, uomini e personaggi, fantasia, illusione del momento vissuto, vite vere e vite verosimili, parole ed incomunicabilità. Tante sono le sottili questioni che pone Pirandello all’uomo d’arte e all’uomo in genere con questa commedia che ancora, dopo quasi cento anni, avvertiamo come nuova ed originale.

La messa in scena di Giulio Bosetti è di grande soddisfazione per l’assoluta rispondenza al testo fin nei minimi dettagli. Non è cosa da poco in periodi come questi, quando ciò che non è contemporaneo, o in qualche modo attualizzato, viene spesso considerato anticaglia. Prova di coraggio e di aver creduto fino in fondo all’attualità del testo. Gli attori sono bravissimi a esplicitare sapientemente tutte le sfumature caratteriali dei personaggi.

 

Certo la trama del dramma non ci scandalizza o stupisce come può essere accaduto il 10 maggio 1921, giorno della prima rappresentazione al Teatro Valle di Roma. Ma la singolarità dell’idea, e la sottile commistione fra tragedia e commedia è tuttora affascinante a conferma di una genialità che non risente dei tempi.

Pirandello, nella prefazione al testo, ci spiega la sua visione dell’atto creativo, e la sua personalissima esperienza creativa di quando gli si sono presentati alla mente i 6 personaggi a cui, suo malgrado, ha dato vita propria, realizzando come da sue parole “..questo novissimo caso d’un autore che si rifiuta di far vivere alcuni suoi personaggi, nati vivi nella sua fantasia, che non si rassegnano a restare esclusi dal mondo dell’arte, […] avvenendo così un misto di tragico e comico, di fantastico e di realistico, in una situazione affatto nuova e quanto mai complessa..”

Questa commedia di Pirandello è più che la rappresentazione di un fatto, ci svela infatti i processi della creazione, come se ne potessimo vedere in qualche modo gli ingranaggi, rivelando alcuni segreti dell’arte del teatro e suggerendone la contaminazione con la realtà vissuta; percepiamo la commistione tra arte e vita, ispirazione e concretezza.

Il mistero della creazione artistica è il mistero stesso della nascita naturale. […] Così un artista, vivendo, accoglie in sè tanti germi della vita, e non può mai dire come e perchè , a un certo momento, uno di questi germi vitali gli si inserisca nella fantasia per divenire anch’esso una creatura viva in un piano di vita superiore alla volubile esistenza quotidiana.”

 

Dafne

regia Giulio Bosetti
movimenti mimici Marise Flach
costumi Carla Ricotti
musiche Giancarlo Chiaramello

I personaggi della commedia da fare
Il Padre Antonio Salines
La Madre Paola Rinaldi
La Figliastra Silvia Ferretti
Il Figlio Michele Di Giacomo
Madama Pace Marina Bonfigli

 

Gli attori della compagnia
Il Direttore-Capocomico Edoardo Siravo
La Prima Attrice Cristina Sarti
Il Primo Attore Elio Aldrighetti
La Seconda Donna Anna Canzi
L’Attrice Giovane Caterina Bajetta
Un’Altra Attrice Alessandra Salamida
L’Attor Giovane Daniele Crasti
L’Attore-Segretario Vladimir Todisco Grande
Il Suggeritore Vladimir Todisco Grande
Il Direttore di scena Mario Andri
Il Macchinista Gregorio Pompei

 

“Otello” Balletto di Roma – coreografie Fabrizio Monteverde

Otello, interpretato dal bravo Vincenzo Carpino, è grandissimo, statuario e si offre al pubblico completamente nudo all’inizio dello spettacolo, forse ad anticipare la passionalità dell’azione che sfocerà in tragedia. La scelta del coreografo arriva allo scopo: impressionarci istantaneamente, non per gradi e senza farci ragionare, per la forza fin troppo esplicita di quell’immagine. Si può riflettere su quanto possa essere eccessiva la chiara scelta ad un richiamo subito erotico, come se anche nella danza si fosse insinuata la precipitosità espressiva dei tempi che stiamo vivendo.

Allo stesso modo l’intera coreografia è improntata su una forte fisicità, soprattutto maschile, dove la donna è asservita all’uomo, i suoi movimenti ne dipendono. Tutto questo, e la sensazione che ne deriva, è funzionale a farci intuire la trama della tragica vicenda a tre (Otello-Jago-Desdemona), cosa non facile trattandosi di un balletto. La sensualità delle danze e della musica rende evidente il filo conduttore della storia, ovvero la dipendenza psicologica fra i tre personaggi, e le reciproche e recondite passioni.

La principale osservazione da fare sul Balletto di Roma, e sulle coreografie moderne in generale, è che spesso si cammina sul sottile confine tra atletismo ed arte. Anche durante questo spettacolo, a volte, pare di assistere a prestazioni fisiche, prodezze atletiche e non veniamo emotivamente coinvolti: ci concentriamo sui corpi, sui movimenti, notiamo la bravura e la perfezione di esecuzione di ballerini e ballerine, con sguardo ammirato ma distaccato. E’ solo quando non ci accorgiamo più di gambe e di braccia, e non pensiamo più alla loro capacità di esecuzione, che i ballerini stanno veramente esprimendo il loro essere artisti: siamo coinvolti, ci sentiamo in mezzo a loro, partecipi di un unico insieme fatto di musica, movimento e spazio ed altri elementi che non riusciamo più a distinguere gli uni dagli altri. La mente è libera, la nostra percezione è cambiata e sganciata dal tangibile, riceviamo moltecipli suggestioni di cui non sappiamo con precisione l’origine. Assistiamo al tutto dimenticando la nostra parte razionale, infatti è qualcos’altro che ci consente di godere dell’espressività della danza, quando questa riesce a regalarci delle sincere emozioni.

L’ “Otello” del Balletto di Roma ha avuto degli alti e dei bassi: ci sono stati momenti di freddezza esecutiva, ma nell’insieme ha prevalso l’enfasi artistica che si è benissimo accompagnata a quella delle musiche di Dvorak. Le scenografie e le luci hanno amplificato l’atmosfera da dramma: rosso e nero i colori prevalenti. L’originale ambientazione sulla banchina di un anonimo porto di mare, sta forse a rappresentare l’imprevidibilità delle situazioni, la non conformità, l’inconsuetudine, la possibile violenza delle azioni, il luogo delle diversità, così come è diverso il nero Otello.

Bellissimo il finale, quando il palco è apparso per metà coperto da un drappo rosso e Desdemona, seminuda e morente, viene inutilmente sorretta e pianta da Otello, pentito e disperato.

La danza riesce, spesso più di altri mezzi espressivi, a mettere in scena in modo convincente ed emozionale le più significative opere creative che narrano di forti vicende umane, per il fatto di essere linguaggio corporeo, non mediato dalla parola, quindi più diretto, originario.