“E ora dove andiamo?” , “La chiave di Sara” ( e la “Pietà Yemenita” )

E’ utile parlare contemporaneamente di questi due film appena usciti nelle sale. Hanno diverse cose in comune fra di loro, ed in comune con l’andamento di pensiero e giudizio di noi uomini di questi anni “liquidi”.

Si tratta di “E ora dove andiamo?” di Nadine Labaki e di “La chiave di Sara” di Gilles Paquet-Brenner.

Intanto i temi trattati da entrambe i film sono di rilevantissima portata: l’uno parla dei conflitti inter-religiosi e inter-culturali in Medioriente; l’altro intende parlare del tema della shoa (o almeno questo è quello che si legge in molte recensioni del film). Si pensa, quando si va a vedere film che trattano tali argomenti, di uscirne con nuove impressioni, o quanto meno di avere la sensazione di venire immersi in tematiche generali, universali, e di aver avuto l’occasione di allontanarci dal nostro facile vissuto quotidiano per prendere di nuovo coscienza, con la potenza che può dare la visione di un film, di tragici eventi del passato od altrettanto significativi fatti contemporanei.

Non è questo che accade. Il film “E ora dove andiamo?” si trova al crocevia fra commedia e musical con inserti di veristica drammaticità che disorientano; l’altro, “La chiave di Sara”, utilizza il tema della deportazione degli ebrei francesi come pretesto iniziale per narrare la vicenda personale di una donna in crisi di identità, mettendo quindi sullo stesso piano la storia universale con quella personale. Entrambe i film mancano di coerenza, non esiste un messaggio chiaro, non si riesce a capire cosa la/il regista ci vuole davvero raccontare, non esiste un nucleo centrale od un significato nascosto che poi si svela. Si utilizzano temi di grande spessore per dar luogo a più o meno piacevoli commedie sentimentali eliminado così tutte le sfumature e le complessità che un buon film dovrebbe esplorare.

Da un punto di vista formale i film sono ben girati, credibili nelle ambientazioni, recitati da bravi attori. Ma qualsiasi vera opera, se vuole affrontare grandi temi, deve poter indurre chi guarda a sganciarsi momentaneamente da se stesso perchè si trova ad intuire un contenuto segreto, cioè un significato che va oltre al dispiegarsi delle immagini. Questo succede quando i film sono “veri” film, e quando vengono sapientemente utilizzati gli strumenti dell’arte cinematografica.

Il regista, come l’artista, come tutti coloro che intendono comunicare qualcosa agli altri tramite film, immagini, scrittura, dovrebbero avere un’etica connatura, che consenta loro di esprimersi senza perdere mai di vista l’umanità altrui ed il profondo valore dei temi che di volta in volta sono posti al centro dell’attenzione.

A questo proposito, pur cambiando argomento dato che si parla di fotografia, trovo molto interessante l’articolo del fotografo Michele Smargiassi, unica voce fuori dal coro, che commenta la premiazione del World Press Photo a Samuel Aranda per la foto che è stata definita la “Pietà Yemenita”.

Dafne

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