Un mezzo pomeriggio con Tiziano a Roma

tiziano locandina

Due ore e mezzo totalmente immersi nell’arte  di Tiziano non lascia certo indifferenti.

E’ questo il valore dell’entrare in un museo: la possibilità di estraniarsi, che è anche un trovare rimedio alla quotidianeità, quando questa si fa troppo invadente.

Fra l’altro, adesso, in tutti i musei si può usufruire delle audioguide e quindi ascoltare dalla viva voce del curatore approfondimenti interessantissimi che aiutano ad entrare, quadro dopo quadro, nell’epoca e nella poetica dell’artista.

Non posso descrivere niente di ciò che ho visto, le parole risulterebbero del tutto insufficienti se non banali.

Ciò che riesco a dire è che l’impressione complessiva è  di essere entrata in contatto con l’Arte, quella che cerchiamo, a volte, di spiegare con le parole.

Non riesco a dimenticare, in particolare:

Il martirio di San Lorenzo, L’autoritratto, La deposizione, Il Cristo crocifisso, Flora, L’uomo dal guanto, papa Paolo III.

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Dafne

Antonio Ligabue

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E’ il video l’elemento irrinunciabile della mostra.

La sofferente follia di Antonio Ligabue si manifesta pienamente nel video proiettato alla mostra dedicata a questo uomo-pittore al museo di Arte Contemporanea Lu.c.c.a

Solo dopo la visione di queste immagini – che in qualche modo spiano alcune ore della giornata di Liguabe -  possiamo sentirci autorizzati a guardare le sue opere esposte. Questo perchè solo dopo averlo visto all’opera, solo dopo averlo visto emettere sconnessi suoni animali, o dopo averlo visto specchiarsi per lunghi minuti alla ricerca di tracce di aquile e leopardi nel suo volto, o compiere strani rituali, solo dopo aver partecipato alla genesi di questi quadri possiamo guardare alla sua produzione con il dovuto pudore. Queste opere bellissime per quanto feroci ed aggressive, sono dipinte da un uomo sofferente, serio, sempre concentrato, mai la sua pittura è svago o semplice sfogo, ma è espressione del tormento interiore più primitivo e genuino. E credo che dovremmo condividere questa sofferenza, per alleggerire la sua, se fosse ancora in vita.

Ligabue una volta terminato un quadro, se lo legava sulle spalle e, a bordo della sua motoretta, girava di paese in paese per mostrarlo a tutti, alla ricerca di condivisione.

E’ noto tutto questo, assai noto, ma a volte mentre osserviamo i quadri ci dimentichiamo delle vite degli artisti, ed in questo caso, più che mai, non ce lo possiamo permettere.

Follia, vita, margine.

Dafne

Se “La bicicletta verde” è in Arabia Saudita

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Viene da lontano questo primo film della regista Haifaa Al-Mansour . Un lontano non solo fisico ma anche mentale, che riguarda il come si intende coinvolgere lo spettatore.

In “La bicicletta verde” la regista è riuscita a farci entrare, con discrezione, nella vita chiusa, prevedibile e rassegnata di un gruppo di ragazze dell’ Arabia Saudita. Ci conduce nelle loro giornate contando sulla disponibilità e pazienza dello spettatore, senza accelerare i tempi, senza paura di annoiare.

Il film è pulito, lineare, nessuna divagazione rispetto alla storia da raccontare. Si arriva direttamente al punto focale: la bicicletta verde è la metafora della libertà mentale di ciascun individuo, quel tipo di libertà che coincide con la giustizia.

Si esce dal cinema ed è chiaro che abbiamo visto la rappresentazione cinematografica di un messaggio vitale che proviene da un  mondo non occidentalizzato.

Vi è qualcosa di ingenuo e di primario in questo film, è privo degli orpelli troppo concettuali a cui siamo abituati, non ci sono letture diverse, o spiegazioni da trovare fra la righe.

Semplicemente rappresenta ciò che è: i luoghi, le situazioni, le persone. Gli attori sono bravissimi e la semplicità delle immagini che vediamo scorrere, sconfina in una ricercatezza rara.

Da non perdere.

Dafne

Quando il film è una capolavoro il regista è un artista

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E’ questo che mi colpisce e stupisce nei film di Fassbinder: sembra raccontarti una vicenda specifica, particolare, così inusuale da apparire paradossale, lontana dal nostro vivere e pensare quotidiano, interessante ma distante fino a quando, terminato il film, ti accorgi che, indiscutibilmente, ha invece trattato temi universali, ha toccato corde che risuonano  dentro di te, che tu sia scaltro e disincatato oppure inesperto o sprevveduto sia di vita che di film.

Non riesco a capire bene il perchè di questo, potrebbe essere proprio il suo riuscire ad estremizzare le situazioni, metterle sotto la lente di ingrandimento, o la capacità di alludere ad una profonda emozione descrivendone un’altra, operando una sorta di illusione, un gioco di specchi che tramite continui rimandi ti avvicina a profondità altrimenti indicibili in modo diretto, esplicito.

E’ quello che accade alla visione del film Martha. La storia di un matrimonio diventa occasione di riflessione sulla qualità e sulle sfumature di ogni tipo di relazione, e ci fa chiaramente percepire quanto siano labili i confini fra la volontà e la sottomissione, quanto il punto di vista possa influenzare l’intera percezione di un’esistenza, quanto, a volte, possa essere equivoca la l’idea sia di noi stessi che delle altre persone. Come dire…tutto è relativo, nel modo più perverso e pauroso, e possiamo anche non accorgercene.

Lo stesso vale per Il matrimonio di Maria Braun: attraverso questa storia Fassbinder vuole chiarire,  analizzare, raccontare le molteplici possibilità di  interpretazione di gesti o vicende. Di nuovo, secondo me, entra in campo il punto di vista, lo sguardo, la flessibilità dei nostri ragionamenti. Parla di altro, ma ci descrive i nostri meccanismi più ombrosi e profondi.

E’ la dote dell’artista/regista, è la sua urgenza, la sua necessità di dare la sua spiegazione dell’animo umano e del mondo; e questo trova conferma nelle parole dell’attrice Jeanne Moreau

[...] a volte si creava una specie di intimità, eppure ci siamo toccati solo l’ultimo giorno di riprese. In lui vedevo il fanciullo, non mi riesce spiegarlo, era una specie d’amore… Abbiamo girato il film in quattro settimane e mezzo, delle giornate di lavoro insensate, quattordici quindici ore, in un’atmosfera surriscaldata, trascinati dalla sua energia. Aveva una fretta pazzesca. Conosceva la sceneggiatura alla perfezione, ma con quella libertà che implica una conoscenza veramente approfondita. Il modo in cui piazzava la cinepresa, in cui regolava i movimenti, dava i tagli, creava improvvisamente la vita. Era una meraviglia, non lasciava mai il set, era affascinante vederlo al lavoro. Era tutto molto veloce. Di solito quando si cambiano l’asse o l’obiettivo si perde tempo. Là era tutto immediato, c’era una velocità! Non ho mai visto girare con quell’urgenza! [...]

E’ la fretta pazzesca, l’urgenza del girare che dimostrano il sentir premere qualcosa dal dentro, il bisogno espressivo tipico dell’artista; questo è ciò che rende possibile scorgere in un film un capolavoro che sopravvive al passare del tempo.

Da qui la riflessione mi conduce al tema dell’arte, al fatto che la sentiamo agire su di noi quando porta alla luce pensieri od emozioni fino ad allora solo appena avvertiti. Anche guardando  un film.

Dafne

“La tempesta” diventata “La sposa del vento”

Proprio così: l’autore lo aveva intitolato “La Tempesta”, ma l’amico poeta Gerog Trakl, alla vista del quadro che asciugava sul cavalletto, suggerì al pittore un altro titolo: “La sposa del vento”. Così fu.

La sposa nel vento Oskar Kokoschka 1914

La sposa del vento  – Oskar Kokoschka  – 1914

E’ avvicente l’intervento di Melania Mazzucco sull’opera “La sposa del Vento” (1914) di Oskar Kokhoschka. Trovo molto interessante il suo focalizzare l’attenzione sull’aspetto sentimentale e privato di questa opera, esaltandone la potenza e ammirando il coraggio dell’autore.

“Non c’è niente di più pericoloso per un artista che mostrare i propri sentimenti, le proprie ferite, le proprie illusioni. Il ridicolo ti aspetta al varco. Per accettare la sfida, bisogna essere o molto giovani o molto vecchi. O molto coraggiosi.”

Si scopre che si tratta di un autoritratto: l’uomo è Kokoscha stesso, e la donna è Alma Schindler, la sua amata; sono rappresentati come in una tempesta di emozioni, le pennellate grumose e spaziose danno un senso di movimento che più che esterno è interiore; si avverte un che di indomito, e la consapevolezza della brevità del riposo, sia fisico che dell’anima.

Il pittore aveva 28 anni quando dipinse questo quadro, e nell’autobiografia scrisse di averlo dipinto quando con Alma era già tutto finito

“Usò un verbo molto strano: disse di essersi “districato” da lei.”

La Mazzucco parla di coraggio del pittore nell’esternare il proprio vissuto, ma mi viene da pensare che più che di coraggio si tratti di necessità, quella particolare specifica necessità insita in persone speciali che fa loro produrre Arte.

In ogni caso trovo questo dipinto bellissimo e vale la pena ricordare che

“Kokoschka avrebbe dipinto per altri sessantasei anni: una vita intera. Ma nessuno dei suoi quasi cinquecento quadri avrebbe avuto la visionaria potenza di questo.”

Forza di un sentimento mai più vissuto?

Dafne

Piccola Milano, ricca di “amore e psiche”

E’ stato tutto una sorpresa: arrivare a Milano e sentirla piccola e semplice, guardare il Duomo grigio-rosa, bellissimo, e non sentirlo incombere. Percepirlo, invece, discreto, misurato pur con le sue guglie, il suo gotico, e lo spingersi verso l’alto. Pensavo a Milano in modo diverso prima di trovarmici.
L’atmosfera tranquilla, quasi ovattata, i movimeti lenti delle persone e dei mezzi davano un’impressione di pazienza e accettazione.

La fila di persone davanti a Palazzo Marino era proprio così, paziente e compiaciuta dell’opportunità di potersi trovare, di lì a poco, di fronte ad Amore e Psiche del Canova ed alla Psychè et l’Amour di Francois Gerard.

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La perfezione, l’armonia ed il senso di eternità di” Amore e Psiche stanti” si intuiscono in virtù della loro compostezza, delle linee combacianti e dello spazio occupato, dalle due figure,  in modo netto e raccolto, composto. E’ questo, credo, che dà senso di infinito, di una coscienza senza tempo; da tale impressione si è rimandati all’idea che la scultura che vediamo e ciò che riesce a trasmetterci sarà vero e valido per sempre. L’immortale Amore è umanizzato, credibile, vicino a noi e la mortale Psiche consegna la sua anima (la farfalla) nella mano di Amore da lei sorretta, tenuta, nella piena consapevolezza del reciproco trasformarsi. La naturalezza del gesto e delle espressioni dei volti incantano.

La visione del Gruppo scultoreo è suggestiva, appare leggero e morbido, il marmo riluce nel quasi buio della sala, lo sguardo è catturato e si è spinti alla contemplazione ed al silenzio; siamo davanti ad un mito, si avverte pienamente.

La bellezza di “Psyche et l’amour” di Gerard sembra derivare dalla perfezione, dalla pura sensualità dei corpi, dalla raffinatezza della rappresentazione del mito. Amore, invisibile, bacia Psiche, la quale incrocia le braccia sotto il seno a dimostrare la percezione di una forte emozione e di uno stupore che trapela dalle labbra socchiuse. E’ questa la prima opera che vediamo, colpiscono subito la delicatezza e la bellezza dei colori tenui, perfettamenti manifesti, nelle loro sottili sfumature, grazie al buio in cui è posto il quadro.

A completare il percorso espositivo vi è un interessantissimo video dove artisti, esperti, critici esprimono le loro idee ed impressioni sull’amore e la sue rappresentazioni. Considerazioni allo stesso tempo semplici e pregnanti come quella riguardante il confronto fra pittura e scultura: il quadro, a causa della sua bidimensionalità, risulterà sempre più enigmatico di una scultura che si propone, per la sua tridemensionalità, più coerente al nostro abituale modo di percepire visivamente la realtà. Oppure quando il massimo esperto  parla di  sensualità nell’arte, ad indicare il percepire con consapevolezza la vita attraverso i sensi, una missione umana che trova aiuto e rifugio nell’arte, massimamente nell’arte classica.

Niente di più sorprendente trovarsi in una città, percepita prevalentemente come motore produttivo ed economico, ed addentrarsi nei meandri dell’ Amore e della Psiche.

Dafne

Appunti su Napoli

Dopo un vuoto di parole dovuto a carenza di stimoli artistici o forse ad un blocco espressivo torno a raccontare qualcosa, alcune impressioni..ma su cosa?

Pesco nella memoria la breve gita fatta a Napoli ai primi di ottobre e rivivo le sensazioni uniche provate all’impatto con questa straordinaria città.

Mentre passeggiavo per la città riflettevo, osservandomi dall’esterno,  percependo in maniera distinta  una realtà diversa da qualsiasi altra.

Ho preso appunti, scrivendo seduta su un sedile della ferrovia Cumana o su una panchina.

Una delle prime impressioni mentre cercavo la ferrovia Cumana per raggiungere il centro è stata il sentirmi a mio agio, la tranquillità

“non si avverte affatto l’aria dipericolo che mi raccontavano”

Appena arrivata, appena uscita dalla stazione, la prima reazione è stata fermarmi e guardare, come quando sei al cinema o al treatro: immobile guardi con gli occhi mentre la mente veloce elabora sensazioni che devono trasormarsi in parole per non rimanere intrappolate troppo in profondità e rischiare di perderne la coscienza.

Ho passeggiato a lungo per le vie del centro

“Inizialmente contenta, ingenuamente, da turista.Entrando poi nella via dei Tribunali e nella via San Biagio del librai, ho avvertito un senso di inquietudine che mi ha fatto capire la vera anima della città, il suo essere corpo unico, unico organismo e quindi il mio esserne estranea. Senso di soggezione che incute un senso di rispetto. Fermento, laboriosità, relazioni continue.  A Napoli si parla davvero molto.”

La visita al bellissimo chiostro maiolicato di Santa Chiara mi ha riportato ad una totale sensazione di pace e tranquillità.

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Successivamente sono scesa alla fermata della metropolitana Museo

“Zona bellissima, popolosissima, commerciale ma nello stesso tempo assai verace, vissutissima. Sento una diversità con zone analoghe di Roma. Qui c’ è veramente tantissima gente, gente che parla, che si muove. Ragazzini ovunque, motorini numerosissimi. Tantissimi negozi di frutta e verdura. Tantissimi. Mercati ovunque e panni. A Napoli è tutto numeroso e vivo, vivace: persone, librerie, edicole, motorini, negozi di verdure. Mi appare Porta san Gennaro, è affascinante. Di nuovo sensazione di estraneità e di loro corpo unico.  I napoletani sono gentilissimi e perspicaci, quasi non occorre chiedere che già ti rispondono”

Un’altra particolare sensazione che ho avuto è stata anche quella dell’inafferabilità. Ho sentito sempre qualcosa che sfuggiva alla mia comprensione, forse perchè diverso dalla mia quotidianeità. Per quanta gente ci sia non ho provato quella sensazione di anonimato, non mi sono sentita fagocitata dai movimenti esterni, dal brulichio, dalla gente, dalla città: sono rimasta fuori dal cerchio vivo della città, e della gente che la vive, tanto forti sono le loro radici.

“Napoli è diversa da Roma. Ho avvertito l’assoluta antichità di questo bellissima affascinante Napoli;  più che a Roma ho sentito l’antico, le vestigia”

Ho voluto condividere queste impressioni di vita,  più che raccontare delle bellissime opere viste.

Dafne